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Sono una bugia che dice la verità

Saul Steinberg, Hermann Goering. Inchiostro su carta, pubblicato sul The New Yorker il 6 marzo 1943, © The Saul Steinberg Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York.
Saul Steinberg, Hermann Goering. Inchiostro su carta, pubblicato sul The New Yorker il 6 marzo 1943, © The Saul Steinberg Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York.

Il Reichsmarschall Hermann Goering, numero due del regime nazista, oltre ad essere sessualmente impotente e morfinomane, era animato da un bulimico desiderio di possesso che gli fece accumulare una collezione impressionante di opere d’arte.

Tra i compiacenti mercanti al suo servizio vi era Walter Hofer, suo curatore ufficiale, che gli faceva pervenire opere confiscate da tutta Europa.
La collezione di Goering includeva opere di Botticelli, Dürer, Cranach, Velázquez, Monet, Rembrandt, Van Dyck e Goya, per non parlare delle statue, degli arazzi, dei mobili antichi, delle armature e delle preziose gioiellerie. 
Ma per tutti i collezionisti d’arte di quegli anni, incluso Goering, solo sfoggiando un Vermeer si poteva dire di possedere un’opera davvero rarissima.

In tutto il mondo si conservano solo poche decine di opere attribuite al maestro olandese e anche il Generale che aveva messo in ginocchio l’Europa non poteva fare nulla per modificare tale dato di fatto.
L’appetito collezionistico di Goering trovava però un ostacolo nel suo diretto superiore, Adolf Hitler, che quando cominciò anche lui a collezionare opere d’arte si circondò di consiglieri improvvisati: il primo fu Heinrich Hoffmann, suo fotografo personale e affarista astuto che non aveva nessuna qualifica nel settore aldilà della cieca fedeltà del Führer.

L’altro suo consigliere fu l’ex-direttore della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda, Hans Posse, che nel giugno del 1939 ottenne pieni poteri e fondi illimitati per un incarico ancora segreto: un enorme museo nazista.
 Il primo compito di Posse fu quello di riempire il Vermeer gap della collezione del Führer, e da quale migliore esemplare iniziare se non da uno in possesso di collezionisti austriaci? L’opera de L’allegoria della pittura si trovava, infatti, nella collezione privata dei ricchi fratelli Eugen e Jaromir Czernin, a Vienna.

Jan Vermeer, Allegoria della pittura, ca. 1666, olio su tela, 120×100 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto dell'autore.
Jan Vermeer, Allegoria della pittura, ca. 1666, olio su tela, 120×100 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto dell’autore.

Già nel mese di dicembre del 1939 un industriale del tabacco di nome Philipp Fürchtegott Reemtsma aveva fatto un’offerta ai Czernin per un regalo a Goering. Reemtsa era un amico intimo del Reichsmarschall, e una vendita a lui era a tutti gli effetti una vendita al gerarca.

Nel 1940 Hitler venne a sapere della compravendita e scavalcò l’offerta di Goering; le intenzioni del Führer divennero esplicite solo nell’aprile del 1943, quando rivelò per la prima volta al pubblico i suoi piani per il “Führermuseum” di Linz. La notizia fu abbinata ad un’edizione speciale della rivista di Heinrich Hoffmann, Kunst dem Volk, dove vi erano esibite le fotografie a colori di queste “acquisizioni” da “collezioni private”: la Leda con cigno di Leonardo da Vinci, La raccolta del fieno di Brueghel e un Ritratto di Hendrickje Stoffels di Rembrandt. L’Allegoria della pittura di Johannis van der Meer, meglio noto come Jan Vermeer, ne illustrava la copertina.

L’altra occasione persa da Goering fu il sequestro della collezione Rothschild: i tedeschi confiscarono in Francia circa cinquemila opere dai loro depositi tra cui alcuni dipinti di Raffaello, Rembrandt, Rubens, Tiziano, Goya, Van Eyck ed Ingres. 
Il 3 febbraio 1941 uno dei treni privati di Goering partì da Parigi col suddetto carico di quarantadue casse: quelle contrassegnate da H1 a H19 erano destinate a Hitler, mentre quelle da G1 a G23 a Goering. La cassa H13 conteneva l’Astronomo di Vermeer. Ancora una volta Goering dovette cedere potendo solo annuire educatamente al gusto del suo Führer.

Copertina del mensile di arte visiva "Kunst dem Volk" fondato da Heinrich Hoffmann, numero del 20 Aprile 1943. fonte: http://goo.gl/kPXTYr
Copertina del mensile di arte visiva “Kunst dem Volk” fondato da Heinrich Hoffmann, numero del 20 Aprile 1943. fonte: http://goo.gl/kPXTYr

Goering per ben due volte aveva quasi messo le sue mani paffute su un Vermeer, per poi doverlo cedere ad Hitler, ma per sua fortuna arrivò un’inaspettata buona notizia: Walter Hofer aveva trovato un nuovo Vermeer in Olanda. Si trattava di una pittura religiosa, la Pericope dell’adultera. Nell’opera rintracciata da Hofer il Cristo ha i capelli lunghi e scuri e veste la donna adultera con gli occhi bassi, la luce cade da sinistra, come in tanti Vermeer, ma il quadro nel suo insieme sembra molto diverso dai capolavori del maestro olandese, a partire dal grande formato.

Il motivo di questa attribuzione è da ricondurre ad uno degli storici dell’arte più influenti del suo tempo, un eminente conoscitore della pittura olandese del Seicento, Abraham Bredius. Bredius era stato il primo a richiamare l’attenzione sulle maggiori attribuzioni a Veermer, tra queste La ragazza con l’orecchino di perla, L’allegoria delle fede del Metropolitan di New York e la giovane donna con flauto della National Gallery di Washington. Fu poi direttore del museo Mauritshuis dal 1889 al 1909, che sotto la sua dirigenza acquisì fama internazionale. Il celebre esperto si gloriava dei titoli di ufficiale dell’Ordine del Leone dei Paesi Bassi e grand’ufficiale dell’Ordine di Orange-Nassau e viveva ormai ritirato dai suoi incarichi olandesi. Dal 1922 si era stabilito definitivamente a Montecarlo, col suo compagno Joseph Kronig, per questioni fiscali. Nel 1930 aveva compiuto settantacinque anni ma aveva tutta l’intenzione di aggiungere nuovi trionfi al suo curriculum. Le sue attribuzioni sembravano inoppugnabili ed erano la testimonianza inconfutabile del potere dell’occhio di Bredius.

Han van Megeeren, pericope dell'adultera o Cristo e l'adultera, Rijksdienst Beeldende Kunst, The Hague. Fonte: The forger's Spell, A True Story of Vermeer, Nazis, and the Greatest Art Hoax of the Twentieth Century, Edward Dolnick, ed. Paperback, 2008.
Han van Megeeren, pericope dell’adultera o Cristo e l’adultera, Rijksdienst Beeldende Kunst, The Hague. Fonte: The forger’s Spell, A True Story of Vermeer, Nazis, and the Greatest Art Hoax of the Twentieth Century, Edward Dolnick, ed. Paperback, 2008.

L’Allegoria della Fede e Cristo in casa di Marta e Maria avevano spiazzato non poco gli esperti, dato che non sembravano affatto attribuibili all’opera di Veermer. Tuttavia, Bredius era un convinto assertore della teoria che voleva il maestro olandese esordiente come autore di storie, teorizzando anche un ipotetico viaggio in Italia. Mancavano solo le opere che provassero queste deduzioni e ben presto cominciarono a comparire.

Bredius godeva della stima di un collega altrettanto influente e altrettanto innamorato dei maestri della pittura olandese del secolo d’oro, Dirk Hannema, che fu direttore del Museo Boymans Van Beuningen di Rotterdam.
 Hannema aveva un temperamento più riservato ed era di quarant’anni più giovane rispetto al suo collega; Bredius era un dispotico ed un intransigente ma entrambi erano autentiche autorità della storia dell’arte. Il punto in comune più importante tra i due erano i loro verdetti, tanto definitivi quanto irregolari.
La vita di Hannema era quella di un vero cultore. Nato da una famiglia ricchissima, aveva cominciato ad acquistare opere da adolescente mettendo insieme una delle migliori collezioni private in Olanda con opere di Rembrandt, Goya, Van Dyck, incluso alcune opere di contemporanei come Van Gogh, Picasso e Duchamp.

Hannema fu nominato direttore del Museo Boymans nel 1921, a soli 26 anni, e nel 1927 fu uno dei promotori del grande ampliamento del museo di Rotterdam, inaugurato il 10 luglio del 1935. Per celebrare l’apertura, Hannema aveva messo insieme una spettacolare mostra intitolata Vermeer, origini e influenze (“Vermeer, oorsprong en invloed”) che comprendeva un totale di 130 dipinti. La vera attrazione erano i ben quindici Vermeer, che rappresentavamo quasi la metà del totale delle opere esposte, prestati da istituzioni come il Louvre, il Met e la National Gallery di Londra. Mai a memoria d’uomo, vantava Hannema, erano stati riuniti tanti Vermeer e circa centomila furono i visitatori. Il problema era che, di quei quindici Vermeer raccolti, sei non erano opera del maestro di Delft.

A sinistra: Abraham Bredius. A destra: Dirk Hannema.
A sinistra: Abraham Bredius. A destra: Dirk Hannema.

Hannema operava anche sul mercato dell’arte e aveva saputo corteggiare due dei più grandi magnati di Rotterdam, uno di nome Willem van der Vorm e l’altro Van Beuningen. Entrambi cominciarono presto a competere per mettere le mani su un Vermeer e la loro rivalità avrebbe arricchito la persona che sarebbe riuscita ad appagare i loro desideri. Si trattava di una competizione similare a quella che animava Hitler e Goering, la stessa brama di possesso nei confronti di un Vermeer.
Questa lunga premessa serve a introdurre la storia della clamorosa truffa di uno dei più famosi falsari del secolo scorso. 
Han van Meegeren, il nostro protagonista, credeva di aver commesso il crimine perfetto, intascando anche una notevole fortuna. Tuttavia, le cose si complicarono quando, nel maggio del 1945, due sconosciuti in uniforme alleata bussarono alla sua porta parlandogli di un’indagine in merito alla compravendita di opere.

Van Megereen in una foto del 1945. fonte: Vermeer, Nazis, and the Greatest Art Hoax of the Twentieth Century, Edward Dolnick, ed. Paperback, 2008.
Van Megereen in una foto del 1945. fonte: Vermeer, Nazis, and the Greatest Art Hoax of the Twentieth Century, Edward Dolnick, ed. Paperback, 2008.

Van Meegeren nel 1945 era un piccolo e azzimato 55enne e la sua casa al 321° Keizersgracht era una delle più lussuose di Amsterdam. L’uomo aveva avuto molti amici filo-nazisti; era un pittore e collezionista d’arte, era un conoscitore di antichi maestri con la fama da playboy e aveva anche vissuto in Francia.
La sua biografia lo vuole nato in Olanda, nella cittadina di Deventer, con studi artistici compiuti a Delft, la città natale del grande Johannes Vermeer. 
Durante la sua carriera d’artista era riuscito a guadagnarsi una certa notorietà in Olanda vincendo diversi premi, ma il suo non era uno spirito sincronizzato con le avanguardie del suo tempo e, nonostante il notevole successo commerciale e l’idea di essere un grande pittore, il suo lavoro era considerato poco originale se non di cattivo gusto: tra i molti ritratti che ci sono pervenuti ve ne sono molti destinati alla buona società, qualche stucchevole scena biblica e qualche opera velatamente erotica.
Profondamente sprezzante di tutta l’arte non figurativa, Van Meegeren ha continuato a sfornare paesaggi e madonne negli stessi anni in cui un altro olandese, Piet Mondrian, aveva già iniziato a lavorare su composizioni geometriche.
 Ogni critica negativa verso la sua opera lo faceva sentire la vittima di una cricca compiaciuta e gretta. Secondo Van Meegeren, l’arte moderna era  stata una truffa organizzata con critici consenzienti, tutti bollati come “bolscevichi dell’arte”.

Due ritratti di Van Megeeren. A sinistra un ritratto di un suo amico Jopie Breemer mentre legge il Talmud. A destra: ritratto di Theodore W. H. Ward. Fonte: https://goo.gl/qlhU3B
Due ritratti di Van Megeeren. A sinistra un ritratto di un suo amico Jopie Breemer mentre legge il Talmud. A destra: ritratto di Theodore W. H. Ward. fonte: https://goo.gl/qlhU3B

Come abbiamo accennato, il disprezzo dei critici non influenzò il suo successo commerciale e all’Aja, negli anni Venti, Van Meegeren divenne un famoso ritrattista. In quanto sede sia del governo sia della corte reale, l’Aja abbondava di giudici, politici e borghesi eleganti che desideravano essere immortalati in un ritratti ad olio, e Van Meegeren prosperò.
Al contempo, il nostro ritrattista si teneva in contatto con i suoi amici artisti, tra questi un artista olandese di nome Theo van Wijngaarden, che era anche un restauratore e, cosa più importante, un falsario che amava parlare del suo lavoro.
La storia di Van Meegeren viene quasi sempre raccontata nel modo sbagliato: c’è chi lo considera un genio e il più grande falsario che sia mai vissuto e chi lo denigra per il suo stile goffo e didascalico. La cosa interessante che ci preme di capire è come sia riuscito, grazie a un contesto favorevole, a ingannare il mondo dell’arte e come sia riuscito a guadagnarne una fortuna: egli è, forse, l’unico falsario le cui opere più famose anche un profano avrebbe identificate come false. Con il senno del poi, dunque, il suo successo sembra incredibile.
La fortuna di Van Meegeren fu quella di vivere nell’Olanda occupata e, anche se non aveva bisogno di una nazione invasa da amanti dell’arte in uniforme per prosperare, sentiva di dover approfittare delle opportunità che la guerra gli aveva fornito: in primo luogo, l’acquisto frenetico di arte effettuato senza nessuna verifica e venduti senza fare troppe domande; secondariamente, la disponibilità di contante dei nazisti, il fatto che Hitler e Goering erano null’altro che degli zoticoni che si spacciavano per intenditori e, infine, la compresenza di molti uomini d’affari che volevano approfittare di queste condizioni straordinarie.
Un falsario non si preoccuperebbe di contraffare Rembrandt o Vermeer quanto piuttosto un’opera di Pieter Klaes e Frans van Mieris, artisti considerati dal mercato di seconda o terza fascia. Mentre con Rembrandt tutto diventerebbe molto complicato visto che siamo a conoscenza dei suoi allievi, dei suoi disegni, dei suoi primi lavori, della sua opera tarda e della sua corrispondenza, con Vermeer abbiamo a che fare con un artista dalla lacunosissima biografia e dalle valutazioni esorbitanti.
Van Meegeren con i suoi falsi tentò, dunque, di colmare le lacune storico artistiche del maestro olandese, lacune che lui stesso definì una volta “un terreno benedetto che giaceva a maggese”. Scegliere di contraffare un Vermeer, nonostante tutti questi vantaggi, restava era una scelta estremamente pericolosa.
Buona parte della riuscita di una contraffazione all’epoca era possibile anche grazie a minime cognizioni storico artistiche: l’uso del bianco di piombo al posto del bianco di zinco, introdotto solo intorno nel 1845; l’accortezza di fornirsi di pigmenti come il costoso lapislazzuli, il rosso vermiglio e l’uso di pigmenti macinati e stesi con un pennello di vaio, tasso o faina.
Van Megeeren partiva da una tela del Seicento di poco valore artistico, dalla quale grattava il colore conservando la preparazione e praticando un invecchiamento artificiale frutto di circa quattro anni di infaticabili sperimentazioni.
 Nonostante le capacità tecniche che poteva esibire un abile falsario, il problema fondamentale restava la simulazione di tre secoli di invecchiamento: i dipinti ad olio col passare degli anni irrigidiscono il loro strato pittorico e sulla superficie emerge una craquelure difficilmente falsificabile.

Particolare della crettatura de "La ragazza con l'orecchino di perla" opera di Johannes Vermeer del 1665 ca. Nel 1881 un misconosciuto collezionista olandese di nome A. A. Des Tombe aveva comprato un suo quadro ad un'asta per 2,3 fiorini, circa un centinaio di euro. Il dipinto era in condizioni conservative pessime e non era stato ritenuto degno di menzione nel catalogo d'asta, non si conosceva nemmeno il suo titolo, se avesse mai ne avesse avuto uno. Oggi lo conosciamo come la ragazza con l'orecchino di perla. Nel 1902, Des Tombe lasciò in eredità quest'opera e altri undici dipinti di sua proprietà al Mauritshius Museum.
Particolare della crettatura de “La ragazza con l’orecchino di perla” opera di Johannes Vermeer del 1665 ca. Nel 1881 un misconosciuto collezionista olandese di nome A. A. Des Tombe aveva comprato un suo quadro ad un’asta per 2,3 fiorini dell’epoca, circa un centinaio di euro di oggi. Il dipinto era in condizioni conservative pessime e non era stato ritenuto degno di menzione nel catalogo d’asta, non si conosceva nemmeno il suo titolo, se avesse mai ne avesse avuto uno. Oggi lo conosciamo come la ragazza con l’orecchino di perla. Nel 1902, Des Tombe lasciò in eredità quest’opera e altri undici dipinti di sua proprietà al Mauritshius Museum.

Il sistema Meegeren prevedeva l’uso di colori diluiti in olio di lavanda o di lilla, questi ultimi noti anche ai maestri del XVII secolo. Gli oli a base di fiori sono molto volatili e avrebbero ulteriormente velocizzato l’essiccamento, mentre una finale verniciatura in bachelite, di recente scoperta, polimerizzava la cappa pittorica durante la cottura in un forno. L’ultimo processo consisteva nell’arrotolare la tela per simulare una crettatura e rifoderarla sul suo telaio originale. Questo processo, qui brevemente descritto, si rivelò in grado di ingannare gli esperti che ebbero modo di visionare le opere del suo atelier.

Van Meegeren non spiegò mai la scelta di rappresentare un Cristo a Emmaus, ma credo che il sottotesto dell’opera sia particolarmente beffardo: nel Vangelo secondo Luca si narra che Cristo appare ai discepoli ad Emmaus sotto le mentite spoglie di un pastore che solo nel momento eucaristico rivela la sua identità.
Van Meegeren dipinse sopra un vecchio quadro di poco valore senza preoccuparsi di cancellarlo, come si scoprirà dopo i raggi-X, e usò come modello la seconda delle due versioni del Caravaggio, dipinta nel 1606, per assecondare le speculazioni che volevano un Vermeer studioso dell’opera del pittore lombardo. Inoltre, la vicina Utrecht era stata sede di un gruppo di pittori seguaci di Caravaggio e Vermeer conosceva sicuramente il loro lavoro.
Per questa vendita Van Meegeren si servì di un intermediario inconsapevole e al di sopra di ogni sospetto, l’amico Gerard A. Boon, un politico che per quindici anni aveva rappresentato l’ala più progressista dei liberal olandesi.
 Il nostro falsario inventa una storia su misura: facendo leva sui sentimenti antifascisti del suo amico, Van Meegeren raccontò che una donna olandese viveva in Italia con la sua famiglia e, invisa al regime fascista, aveva bisogno di raccogliere fondi in fretta per emigrare in America. Questa inesistente

A sinistra: Michelangelo Merisi da Caravaggio, Cena in Emmaus, 1606, olio su tela, 141x175 cm, Pinacoteca di Brera, Milano. A destra: Han Van Meegeren, Cristo a Emmaus, 130,5 x 118 cm, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam. Fonte: http://goo.gl/YUJ2gX
A sinistra: Michelangelo Merisi da Caravaggio, Cena in Emmaus, 1606, olio su tela, 141×175 cm, Pinacoteca di Brera, Milano. A destra: Han Van Meegeren, Cristo a Emmaus, 130,5 x 118 cm, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam. Fonte: http://goo.gl/YUJ2gX
Cristo a Emmaus in esposizione al Museum Boymans-van Beuningen di Rotterdam, 1938.
Cristo a Emmaus in esposizione al Museum Boymans-van Beuningen di Rotterdam, 1938.

famiglia possedeva una collezione d’arte che era stata messa insieme due o tre generazioni prima. Per rendere la storia più verosimile Van Meegeren aggiunse alcuni dettagli superflui, ovvero che si trattava di una collezione numerata di 162 dipinti e che comprendeva opere di Holbein, El Greco, Rembrandt e Hals. Questa donna si sarebbe innamorata di Van Meegeren e gli avrebbe chiesto di vendere un pezzo importante della sua collezione. Se questa donna fosse riuscita a contrabbandare il dipinto in Francia ci sarebbe stata qualche possibilità di poter trovare un acquirente.
Boon è disponibile a fare del suo meglio e subito Van Meegeren gli suggerì che un primo passo potrebbe essere quello di cercare il parere di un’autorità eminente, un certo Abraham Bredius, che non esitò a definire la Cena in Emmaus il più eccezionale dipinto di Vermeer. L’opera fu poi incautamente acquistata nel 1938 da Dirk Hannema per il museo Boijmans-Van Beuningen di Rotterdam.
Dopo questa clamorosa vendita del 1937 Van Meegeren aveva venduto altri sette falsi rimanendo fuori dai riflettori e incaricando come sensali diversi conoscenti, offrendo loro buone percentuali.

Dirk Hannema (in primo piano) e il restauratore H. G. Luitwieler osservano in posa il Cristo in Emmaus dopo il restauro, 1938.
Dirk Hannema (in primo piano) e il restauratore H. G. Luitwieler osservano in posa il Cristo in Emmaus dopo il restauro, 1938.

Se il primo intermediario, l’ex politico, giocò un ruolo simile per un altro falso, ben presto vennero reclutati nella rete altri conoscenti come l’agente immobiliare Rens Strijbis, che riuscì a piazzare quattro falsi, un De Hooch e tre Vermeers, nel 1941 e nel 1942. Venne poi il turno del mercante d’arte P. J. van Rienstra Stuyvesande.
Tra i molti conoscenti di Rienstra vi era l’inquietante figura di Alois Miedl, un mercante d’arte tedesco naturalizzato olandese in stretto contatto con i nazisti e molto amico di Goering. Nel 1940 uno dei mercanti d’arte più importanti di Amsterdam, Jacques Goudstikker, morì nel tentativo di fuggire dall’Olanda occupata dai nazisti. Al termine di una trattativa aggrovigliata e molto misteriosa, Miedl divenne illegalmente il proprietario della collezione Goudstikker, parte della quale venne venduta a Goering.
Nel 1943 Van Meegeren consegna a Rienstra un dipinto straordinario da sottoporre ad Alois Miedl, un Vermeer con Cristo e l’adultera, a patto che il suo coinvolgimento rimanesse segreto. Miedl sottopone l’opera a Goering che temporeggia: il prezzo è di dieci milioni di dollari dell’epoca.
Rienstra però comincio ad informarsi sulla reputazione di Van Megereen: correva voce che negli anni Venti un pittore di nome Max Rauta era stato coinvolto, insieme a Van Meegeren, in uno scandalo che aveva a che fare con dei falsi Frans Hals. Erano solo voci ma misero in crisi la trattativa, in altre occasioni la questione si sarebbe potuta risolvere ingaggiando un altro intermediario, ma con l’opera nelle mani di Goering e con milioni di dollari in gioco, Van Meegeren non ebbe altra scelta che contrattare direttamente con Miedl. Per ottenere il suo denaro fu costretto a fare un passo fuori dall’ombra.
Quando Goering e Miedl finalmente si aprirono ad un accordo decisero di barattare ben 137 dipinti della sua collezione per questo capolavoro di Vermeer.
La fine di questa storia, come abbiamo anticipato, risale al 1945, quando il falsario venne interrogato e imputato di collaborazionismo per aver venduto al nemico opere d’arte contrattando direttamente con i maggiori gerarchi del Reich. Durante il lungo interrogatorio, vedendosi ad un passo dal patibolo, Van Meegeren crolla.
Gli investigatori presero quella confessione come un ultimo disperato tentativo di salvarsi dalla pena capitale con una condanna per contraffazione. È anche vero che solo con questa rivelazione Van Meegeren poté spostare l’attenzione lontano dalle sue simpatie naziste.

In alto a sinistra: Testa di Cristo di Van Meegeren, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdamin. L'opera fu venduta ad un collezionista per una cifra equivalente ai $1.5 milioni. In alto a destra: L'ultima cena di Van Meegeren, Caldic collection, Rotterdam. L'opera fu venduta ad un collezionista per la considerevole cifra equivalente di $8.6 millioni di oggi. In basso a sinistra: Isacco benedice Giacobbe di Van Meegeren, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam. in basso a destra: La lavanda dei piedi di Van Meegeren, Rijksmuseum, Amsterdam.
In alto a sinistra: Testa di Cristo di Van Meegeren, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdamin. L’opera fu venduta ad un collezionista per una cifra equivalente ai $1.5 milioni. In alto a destra: L’ultima cena di Van Meegeren, Caldic collection, Rotterdam. L’opera fu venduta ad un collezionista per la considerevole cifra equivalente di $8.6 millioni di oggi. In basso a sinistra: Isacco benedice Giacobbe di Van Meegeren, Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam. in basso a destra: La lavanda dei piedi di Van Meegeren, Rijksmuseum, Amsterdam.

Rivelò dunque tutti i particolari che solo chi aveva assistito alla falsificazione poteva conoscere, ad esempio che il quadro destinato a Goering era stato ridipinto su un’opera precedente che non aveva nemmeno preso la briga di rimuovere. Tutte queste rivelazioni particolareggiate vennero effettivamente constatate da una squadra investigativa di sette elementi, cinque scienziati e due storici dell’arte, diretta da Paul Bernard Coremans, direttore dei Laboratoires des musées royaux d’art et d’histoire, in Belgio.
Il processo si aprì la mattina del 29 Ottobre del 1947. Una folla si era radunata al di fuori del Palazzo di Giustizia sin dal mattino: il giudice aveva permesso ai cinegiornali di fare delle riprese all’interno del tribunale e tutta la stampa mondiale parlava di lui. Otto dei suoi dipinti sono allineati nell’aula: due erano dei Pieter de Hooch, gli altri sei erano i Vermeer con scene bibliche, la Pericope dell’adultera venduta a Goering, La benedizione di Giacobbe e gli altri capolavori che Van Beuningen e Van der Vorm avevano pagato milioni, la lavanda dei piedi di Cristo, acquistata dallo Stato olandese per il Rijksmuseum. L’unica opera realizzata gratuitamente era l’ultima, Cristo tra i dottori, dipinta sotto la supervisione degli investigatori.

Han van Meegeren dipinge il "Cristo tra i dottori", Ph. Koos Raucamp. fonte: http://goo.gl/5hZSIB
Han van Meegeren dipinge il “Cristo tra i dottori”, Ph. Koos Raucamp. fonte: http://goo.gl/5hZSIB
Han van Meegeren al lavoro per scagionarsi, 1945. Fonte: https://goo.gl/7QuLIQ
Han van Meegeren al lavoro per scagionarsi, 1945. Fonte: https://goo.gl/7QuLIQ

Il 12 novembre 1947, il giudice condannò Van Meegeren a un anno di carcere. Benché la pena massima consentita fosse di quattro anni, molti osservatori avevano previsto poco più di un rimprovero.
In estate, poco prima del processo, gli era stata diagnosticata una malattia al cuore e fu ricoverato in ospedale per un mese. Il 26 novembre, poco prima di scontare la sua pena detentiva, venne ricoverato in ospedale, ancora una volta. Il 29 dicembre subì un attacco di cuore e il giorno dopo, senza aver mai scontato un giorno della sua condanna, morì all’età di 58 anni.
La gloria di Van Meegeren venne offerta alla curiosità di tutto il mondo ma, sebbene questa storia lo avesse reso molto famoso, l’abuso di alcool e la dipendenza da droghe aveva irrimediabilmente compromesso la sua salute. Morì lasciando in eredità agli studiosi dei falsi che ancora oggi continuano a venir fuori quando si apprestano a pubblicare un volume sulla pittura olandese del Seicento.
Ma la storia non termina qui. Il 1° ottobre 1946 i giudici di Norimberga finalmente condannano a morte per impiccagione Hermann Goering. Poche ore prima che iniziassero le esecuzioni, attorno alla mezzanotte del 15 ottobre 1946, l’ex gerarca mise fine alla sua patetica vita, inghiottendo una capsula di cianuro introdotta di nascosto nella sua cella. Eppure, aveva vissuto abbastanza a lungo per conoscere la verità sul suo “Vermeer”.

Foto del processo del 29 ottobre 1947, coll. IISG, Amsterdam. Fonte: https://goo.gl/3Un0zz
Foto del processo del 29 ottobre 1947, coll. IISG, Amsterdam. Fonte: https://goo.gl/3Un0zz

Nessuno sa se Abramo Bredius abbia mai saputo l’amara verità riguardante la Cena in Emmaus e altri falsi di Van Meegeren. Bredius morì il 13 aprile 1946, ben dopo la confessione di Van Meegeren ma abbastanza presto da risparmiarsi il verdetto definitivo del processo.
 Alcune delle vittime di Van Meegeren non si arresero mai, come Dirk Hannema, vissuto fino al 1984 nella convinzione che la Cena in Emmaus fu il più grande capolavoro di Vermeer.

Bibliografia

Edward Dolnick, Vermeer, Nazis, and the Greatest Art Hoax of the Twentieth Century, ed. Paperback, 2008.

Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

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One Comment

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  1. Oltre che falsario, senza alcun dubbio un grande artista ed un grande conoscitore di tecniche pittoriche ma suoi Vermeer sono improbabili iconograficamente.

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