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Lo Statuario Pubblico della Serenissima

Lo Statuario Pubblico rappresenta una delle più precoci esperienze di esposizione museale per la “memoria delle cose antiche”[1], ed è tutt’oggi visitabile e riconoscibile come nucleo fondativo del Museo Archeologico Nazionale di Venezia.    

Dopo che il Cardinal Domenico Grimani ebbe lasciato in eredità alla Repubblica queste statue ricercate con un lungo impegno a Roma, Andrea Gritti, doge della Repubblica, fece realizzare a futura memoria di questo stesso evento questo luogo in cui esse fossero collocate.

Con questa formula, scelta tra le altre varianti proposte da Pietro Bembo[2], venne istituzionalizzata in modo monumentale la pubblica donazione, nel 1523, da parte di Domenico Grimani della sua collezione di marmi antichi[3], raccolti soprattutto nella vigna romana sul Quirinale, nei pressi dell’attuale Piazza Barberini[4]. In maniera del tutto precoce, sebbene sul solco già tracciato nel 1471 da Sisto IV, si intrecciano a Venezia i temi della fruizione pubblica, della munificenza privata, del sentimento antiquario e, forse soprattutto, quello della formazione della memoria collettiva. Cristina De Benedictis commenta in modo eloquente che la donazione Grimani sancisce la “fruizione del patrimonio locale che si considera già prodotto inalienabile della comunità civile che lo ospita e che lo ha prodotto”[5].

Cortile dell'attuale Museo Archeologico Nazionale di Venezia visto dalla Libreria Marciana, foto dell'autore.
Cortile dell’attuale Museo Archeologico Nazionale di Venezia visto dall’ingresso, foto dell’autore.

La collezione trovò la sua prima collocazione, per oltre sessant’anni, all’interno di Palazzo Ducale, nella “Sala delle Teste” – verosimilmente per la predominanza di busti e teste rispetto alle statue a figura intera – un ambiente tra i più prestigiosi in prossimità dell’appartamento del Doge e, proprio per questo, forse più equiparabile ad un santuario civile[6] che ad un luogo propriamente pubblico. Bisognerà attendere la paziente caparbietà di Giovanni Grimani, nipote di Domenico, per assistere alla nascita dello Statuario Pubblico, il nucleo originario dell’attuale Museo Archeologico di Venezia.

Anton Maria Zanetti il Giovane, Statuario Pubblico della Serenissima: Facciata dell’Antisala della Libreria, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Cod. It. IV, 123 (10040).
Anton Maria Zanetti il Giovane, Statuario Pubblico della Serenissima: Parete d’ingresso, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Cod. It. IV, 123 (10040), f, I
Anton Maria Zanetti il Giovane, Statuario Pubblico della Serenissima: Parete d’ingresso, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Cod. It. IV, 123 (10040).

Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia, era uno dei più noti collezionisti della Venezia del secondo Cinquecento. La sua mirabile raccolta era originariamente esposta nel palazzo di famiglia presso Santa Maria Formosa ed è famosissima ancora oggi la Tribuna, un camerino “all’antica” ispirato al Pantheon, specificamente progettato per l’esposizione.

Nel 1587 Giovanni, ripercorrendo i passi dello zio Domenico, donò l’intera collezione, che ammontava a circa duecento marmi, tra i quali anche notevolissimi e rari originali greci, alla Repubblica di Venezia, ponendo tre condizioni: trovare un luogo pubblico adeguato; riunire la sua donazione con quella dello zio, ospitata nella Sala delle Teste ritenuta inadeguata; garantire un’illuminazione dall’alto, quindi del tutto simile a quella della sua Tribuna.
Malgrado i tempi della burocrazia della Repubblica, il locale scelto in modo concertato fu quello dell’antisala della Libreria Marciana, come ricorda Temanza:

Doveasi ridur l’Antisala della Libreria di S. Marco a museo, per alloggiarvi decentemente le Statue, i Bassorielievi e i Busti antichi, che alla Serenissima Repubblica il Cardinale e il Patriarca Grimani aveano regalati. Allo Scamozzi fu ordinata l’idea; e a titolo di orrevolezza e di riconoscimento fu al Patriarca permessa la soprintendenza, accio si assestassero que’ ragguardevoli pezzi conforme al suo genio […][7]

Due aspetti sono particolarmente significativi. Il primo è la scelta del luogo, dettata certamente da fattori logistici e pratici, ma anche culturali. Il nucleo della Libreria Marciana era costituito infatti dal lascito bessarioneo (1468 e 1472), una straordinaria raccolta di codici latini e greci, donati a San Marco e alla Repubblica quale erede del mondo bizantino e luogo di scambio tra la cultura greca, latina e contemporanea[8]. Venezia, e il polo della Libreria, andavano quindi a configurarsi come i custodi della tradizione greca in Occidente dopo la caduta di Costantinopoli del 1453, grazie alla presenza in città di rare opere originali della letteratura e della scultura accessibili ad una vasta platea. Il secondo aspetto è il rapporto tra gli interessi pubblici della Serenissima, il mecenatismo di Domenico Grimani (e dello zio) e il genio dell’architetto Scamozzi. Quest’ultimo si ritrovò, in modo quasi pionieristico, a ricoprire il ruolo di museografo, adattando a museo gli ambienti dell’antisala, già parte del progetto sansoviniano di risistemazione in chiave classicistica romana di Piazza San Marco.

Malgrado l’impossibilità di creare una nuova copertura che garantisse un’illuminazione zenitale, l’opera dello Scamozzi, di certo guidato con attenzione da Giovanni Grimani, seppe sfruttare al meglio il piccolo ambiente della sala, armonizzando gli spazi tramite una partitura architettonica articolata in nicchie, cornici e basamenti sui quattro lati, dando vita a “una sorta di foro antico, in cui si accostavano con mirabile effetto, in un affollamento studiatissimo, torsi, busti, statue, frammenti, iscrizioni”[9]. Notevole inoltre la limpidezza progettuale nel mantenere separati e distinguibili il suo intervento rispetto alle opere esposte: contenitore e contenuto, pur nel loro proficuo dialogo e arricchimento reciproco, restano perfettamente riconoscibili in “una severa e monumentale disposizione dei reperti retta da norme museografiche rigide”[10].

Statua femminile (inv. 106) e maschera grottesca marmorea (inv. 73), foto dell’autore.
Base candelabro con figura danzante (inv. 96), foto dell’autore.
Base di candelabro (inv.114), foto dell’autore.

 

In questa partitura riuscivano quindi a trovare spazio gli oltre duecento pezzi delle collezioni Grimani, ai quali si unirono da subito quelli donati da Federico Contarini, procuratore che subentrò a lavori ancora non ultimati, dopo la morte di Giovanni. Dopo oltre settant’anni dalla donazione di Domenico, nel 1596 lo Statuario Pubblico veniva reso accessibile alla comunità, con un “approccio tutto veneziano all’allestimento della collezione di antichità”[11]. Come chiaramente illustrato da Cristiano Guarneri, i coevi esempi di esposizioni, tutte di matrice principesca come quelli di Fontainebleu, villa Medici a Roma, Mantova e Sabbioneta, prevedevano uno sviluppo spiccatamente longitudinale degli ambienti, mentre a Venezia il modello “repubblicano” si concretizzò nell’adozione della pianta centrale, desunta peraltro dalla tradizione dei camerini, tutto sommato con una gestazione simile alla contemporanea tribuna del Buontalenti agli Uffizi.
Malgrado le alterne vicissitudini, la caduta della Serenissima, l’istituzione del Museo Archeologico e lo smantellamento dello Statuario, il nucleo originale della collezione Grimani è ancora preservato in loco e, grazie agli accuratissimi disegni e all’inventario del 1736 di Antonio Maria Zanetti, è stato possibile un parziale ripristino dell’allestimento originario, tutt’oggi visitabile, in occasione della mostra del 1997.

Statuario Pubblico della Serenissima: Parete d’ingresso, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, foto dell'autore.
Statuario Pubblico della Serenissima: Parete d’ingresso, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, foto dell’autore.
Statuario Pubblico della Serenissima: Facciata dell'Antisala della Libreria, foto dell'autore.
Statuario Pubblico della Serenissima: Facciata dell’Antisala della Libreria, foto dell’autore.

La storia dello Statuario Pubblico, un luogo così profondamente identitario, è tuttavia lontana dall’essere conclusa. Con la riapertura di Palazzo Grimani e della sua Tribuna, e la necessità di restauri dell’antisala Marciana e del magnifico soffitto decorato da “La Sapienza” del Tiziano (1560)[12], si è riacceso il dibattito sulla “definitiva” collocazione dei marmi Grimani, per ora conclusosi con un consensuale trasferimento temporaneo dello opere nel palazzo di Santa Maria Formosa fino al termine dei lavori[13].

Tiziano Vecellio, allegoria della Sapienza (1560 ca.-1565 ca.), parte centrale della volta dello Statuario Pubblico della Serenissima, olio su tela, cm 177×177 cm, foto dell'autore.
Tiziano Vecellio, allegoria della Sapienza (1560 ca.-1565 ca.), parte centrale della volta dello Statuario Pubblico della Serenissima, olio su tela, cm 177×177 cm, foto dell’autore.

Note:

[1]I. Favaretto 2008

[2]M. Perry 1978

[3]Domenico Grimani donò alla Repubblica l’intera collezione che comprendeva anche dipinti fiamminghi, ad esclusione della dattilioteca e del Breviario Grimani, destinati al nipote Marino.

[4]M. De Paoli, “Opera fatta diligentissimamente” Restauri di sculture classiche a Venezia tra Quattro e Cinquecento, Roma, “L’Erma” di Bretschneider, 2004.

[5]C. De Benedictis 2015

[6]C. Guarneri 2017

[7]T. Temanza, Vite dei più celebri Architetti e Scultori veneziani che fiorirono nel secolo Decimosesto, Venezia, 1778

[8]Sito della Biblioteca Nazionale Marciana http://bit.ly/bessarione

[9] M. Zorzi in Lo statuario pubblico della Serenissima: due secoli di collezionismo di antichità, 1596-1797, catalogo della mostra (Venezia 6 settembre – 2 novembre 1997), a cura di I. Favaretto, G. L. Ravagnan, Roma, Biblos, 1997

[10]C. De Benedictis 2015.

[11]C. Guarneri 2017

[12]Sito della Biblioteca Nazionale Marciana http://bit.ly/sapienzatiziano

[13]Comunicato stampa del 24 Novembre 2018 http://bit.ly/comunicatoaccordo

 

Bibliografia e sitografia

AA.VV., Lo statuario pubblico della Serenissima: due secoli di collezionismo di antichità, 1596-1797, catalogo della mostra (Venezia 6 settembre – 2 novembre 1997), a cura di I. Favaretto, G. L. Ravagnan, Roma, Biblos, 1997.

C. Daniotti, Lo Statuario Pubblico dei Veneziani in catalogo, in «Engramma», 43 (2005).

C. De Benedictis, Per la storia del collezionismo italiano. Fonti e documenti, Milano, Adriano Salani Editore, 2015.

I. Favaretto, Arte antica e cultura antiquaria nelle collezioni venete al tempo della Serenissima, Roma, “L’Erma” di Bretschneider, 1990.

I. Favaretto, “La memoria delle cose antiche”: il gusto per l’antico e il collezionismo d’antichità a Venezia, in «Il collezionismo d’arte a Venezia», a cura di Michel Hochmann, Rosella Lauber e Stefania Mason, Venezia, 2008.

C. Guarneri, Architetture del sapere. Per una storia dell’architettura museale nell’Europa moderna, in «Engramma», 126 (2015).

C. Guarneri, L’architetto e il collezionista: Vincenzo Scamozzi e Giovanni Grimani per l’allestimento dello Statuario pubblico nella Libreria Marciana, in «Annali di architettura», 29 (2017), pp. 39-52.

M. Perry, Cardinal Domenico Grimani’s legacy of ancient art in Venice, in «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», 41 (1978), pp. 215-244.

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