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La Tazza Farnese

 Ogni oggetto passava per le sue mani. Un Centauro intagliato in un sardonio, opera assai fina, forse proveniente dal disperso museo di Lorenzo il Magnifico, la tentò. Ed ella prese parte alla gara. Comunicava la sua offerta al perito, a voce bassa, senza levare li occhi su di lui. A un certo punto, i competitori si arrestarono: ella ottenne la pietra, a buon prezzo. — Acquisto eccellente — disse Andrea Sperelli, che stava in piedi, dietro la sedia di lei. Elena non poté trattenere un lieve sussulto. Prese il sardonio e lo diede a vedere, levando la mano all’altezza della spalla, senza voltarsi. Era veramente un’assai bella cosa. — Potrebbe essere il Centauro che Donatello copiò — soggiunse Andrea. 

In questo breve passo tratto da “Il piacere” di Gabriele d’Annunzio, lo storico dell’arte Andrea Sperelli, protagonista del romanzo, riconosce, durante un’asta romana, il cammeo dal quale è tratto uno dei medaglioni che adornano il cortile di Palazzo Medici-Riccardi di Firenze. Il tipo di cammeo in sardonica a cui fa riferimento lo scrittore pescarese, lettore di Vasari, proviene in effetti dalle raccolte di Lorenzo il Magnifico ma fa attualmente parte delle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (N. 206).

In casa Medici nel primo cortile sono otto tondi di marmo dove sono ritratti cammei antichi e rovesci di medaglie ed alcune storie fatte da lui molte belle; i quali sono murati nel fregio fra le finestre e l’architrave sopra gli archi delle loggie

A sinistra: Centauro in agata sardonica ad intaglio del II sec. a.C., 5,1x4,2 cm, Museo Archeologico Nazionale di Napoli. (Inv. 25889). A destra: Donatello (e bottega) Centauro, Tondo marmoreo dal cortile di Palazzo Medici-Riccardi raffigurante una gemma antica, Firenze.
A sinistra: Centauro in agata sardonica ad intaglio del II sec. a.C., 5,1×4,2 cm, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, (LAVR. MED. inv. 25889). L’opera è realizzata “invertendo la consueta pratica dell’incisione, che soleva sfruttare lo strato scuro per lo sfondo, quello bianco per le figure – l’artefice ha come plasmato nel bronzo il mostro possente e scalpitante, le presiose modulazioni di colore, degradanti dal bruno cupo della superficie al miele fulvo al giallo dorato alla perlacea candidezza del fondo, il magnifico stato di conservazione, fanno di questo esemplare un’opera di grandissimo pregio” (Gasparri). A destra: Donatello (e bottega) Centauro, Tondo marmoreo dal cortile di Palazzo Medici-Riccardi ripreso dalla gemma antica, Firenze (foto).

Questo esempio introduttivo ci avvicina all’argomento di questo intervento che per brevità è costretto a molte lacune. Si tratta di una questione tanto interessante quanto poco divulgata della storia dell’arte, ovvero del collezionismo rinascimentale di cammei e gemme antiche, usando come pretesto i pezzi più spettacolari della collezione Farnese conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli dal 1806.

A sinistra: l'Ercole Farnese, copia d'età romana firmata dall'artista ateniese Glycon, databile al III secolo d.C. Al lato destro si nota una porta senza indicazioni, custodisce la collezione glittica dei Farnese. Nella foto di destra è possibile percepire le scarse condizioni di luminosità della teca, che impedisce la corretta fruizione della Tazza Farnese.
A sinistra: l’Ercole Farnese, copia d’età romana firmata dall’artista ateniese Glycon, databile al III secolo d.C. Al lato destro si nota una porta senza indicazioni, custodisce la collezione glittica dei Farnese. Nella foto di destra è possibile percepire le scarse condizioni di luminosità della teca a led che impedisce la corretta fruizione dell’opera, i visitatori illuminano da se l’opera con le torce degli smartphone. Si spera in un riallestimento.

Molti sono i visitatori del Museo che al cospetto dell’Ercole Farnese, una volta letto l’anedotto sugli stinchi di Guglielmo Della Porta, ammirata la possanza muscolare e magari la firma dello scultore greco, si avviano verso l’altra grande statua della sala, la “montagna” Farnese, lasciandosi alle spalle una tra le più illustri collezioni storiche di glittica classica formatasi in Italia, quella Farnese appunto.
Si tratta di due piccole sale, in posizione marginale, mal segnalate e peggio illuminate, in cui è esposta una collezione straordinariamente interessante formata da centinaia di pezzi in ogni sorta di pietra dura: corniola, diaspro, acquamarina, granata, ametista, topazio, giacinto, sardonica, smeraldo, zaffiro ed altri.

Si tratta di una collezione di gemme che comprende circa 2mila esemplari e non regge per dimensioni il confronto con le raccolte dei grandi musei stranieri: quelle sterminate dell’Ermitage e di Berlino (10milla pezzi); del British Museum (più di 5mila), e neppure, per restare in Italia, con quella fiorentina, che assomma, nel suo complesso ad oltre 4500 tra cammei e intagli. La collezione Farnese tiene comunque il paragone in termini di elevata qualità artistica, considerando che, con quella fiorentina, è l’ultima testimone di un impulso collezionistico che per secoli ha animato le élite culturali e politiche d’Europa.

Un breve cenno meritano anche anche i pezzi all’antica: opere di Alessandro Cesati, Giovanni Bernardi (di cui abbiamo già parlato per la serie di cristalli della Cassetta Farnese) Valerio Belli (che incide i cristalli della Cassetta Medici), Carlo Costanzi (incisore napoletano dalla clientela internazionale) che produrranno opere legate ai temi della quadreria Farnese (Museo Nazionale di Capodimonte) e degli affreschi del Caracci nel palazzo di Campo de’ Fiori.

La storia del cammeo romano antico trova, nella Roma tardo-repubblicana e nella corte di Ottaviano Augusto il suo apice formale. La diffusione dei cammei, ampiamente testimoniata dalle fonti letterarie, era determinata dalla duplice valenza degli intagli, usati sia come anula signatoria, ovvero sigilli personali univoci e individuali, ma anche come complementi di ornamento, quindi incastonati in gioielli di vario tipo e su vari oggetti preziosi: tripodi, ghirlande, armi, corazze, strumenti musicali, vasi, candelabri e più tardi anche come segnacolo tombale nelle catacombe dei primi cristiani. Fonte insostituibile per lo studio del cammeo antico nella seconda metà del I secolo d.C. è l’ultimo libro della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, tutto dedicato alle gemme.

Cammeo con Apollo, Marsia e Olympos, detto anche Sigillo di Nerone, tra il I secolo a.C e il I secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale, Napoli.
Cammeo con Apollo, Marsia e Olympos, detto anche Sigillo di Nerone, tra il I secolo a.C e il I secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale, Napoli.

In realtà, raggiunta la posizione di maggiore potenza del Mediterraneo, Roma si ritrovò erede di una tradizione già consolidata secoli prima in età ellenistica nella raffinata corte tolemaica di Alessandria sin dal III sec. a.C. quando la glittica greca toccò i livelli qualitativi più alti; Alcuni di questi esemplari, capolavori di notevole perizia tecnica non più superati, sono osservabili proprio nel museo partenopeo come il cammeo con Zeus in lotta con i Giganti firmato da Athenion, il cammeo con Apollo, Marsia e Olympos, oppure la splendida Tazza Farnese, l’opera più famosa delle botteghe alessandrine.

La Tazza è un piatto da libagione ellenistico ricavato da un unico e rarissimo pezzo di onice di dimensioni davvero considerevoli e decorato utilizzando almeno quattro strati su entrambe le facce. L’autore, un anonimo artigiano alessandrino, dové affrontare una straordinaria prova tecnica sia per sfruttare nel miglior modo i colori della pietra che per evitare fratture durante l’incisione sul lato opposto. La bellezza e la singolarità dell’opera ha catalizzato l’attenzione di generazioni di studiosi anche in virtù del fatto che il suo contesto originario (regola valida per tutte le gemme) è tutt’ora ipotetico.

È risaputo che anche nel raro caso in cui venga trovata una gemma durante uno scavo, nessuna ipotesi è determinante poiché questi oggetti preziosi viaggiano e quindi possono esser importati. Inoltre i luoghi di rinvenimento delle gemme non sono conclusivi per localizzare le manifatture: la sostanziale uniformità formale della glittica crea ostacoli pressoché insormontabili per l’assegnazione dei pezzi alle diverse officine.

Tazza Farnese, agata sardonica, 21.7 cm. Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 27611/1782 (Diritto)
Tazza Farnese (diritto), 180-160 a.C, agata sardonica, 21.7 cm. Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 27611/1782 (foto)
Una incisione tratta da "Museo Borbonico" che riproduce la sezione della "Tazza Farnese". (da "Le Gemme Farnese", ed. Electa Napoli, 2006.)
Una incisione tratta da “Museo Borbonico” che riproduce la sezione della “Tazza Farnese”. (da “Le Gemme Farnese”, ed. Electa Napoli, 2006.)

Molto plausibilmente la Tazza (o Scodella) Farnese risale al II sec. a.C. e sembra esser stata di proprietà augustea, passò poi nei tesori degli imperatori romani d’Oriente e tornò a Roma solo all’inizio del Duecento col sacco di Costantinopoli, lo stesso Federico II Hohenstaufen probabilmente la acquistò nel 1239 da due mercanti provenzali.

Disegno della Tazza Farnese attributo a Mohammad Al-Khayamm, inizi del '400 (immagine tratta da Marcello Barbanera, Alcune considerazioni su Federico II collezionista di cammei e sul destino della "Tazza Farnese", Archeologia classica, Vol. LIV - n.s. 4, ed. L'Erma di Bretschneider, 2003).
Disegno della Tazza Farnese attributo a Mohammad Al-Khayamm, inizi del ‘400 (immagine tratta da Marcello Barbanera, Alcune considerazioni su Federico II collezionista di cammei e sul destino della “Tazza Farnese”, Archeologia classica, Vol. LIV – n.s. 4, ed. L’Erma di Bretschneider, 2003).

Un disegno della tazza di Mohammad Al-Khayamm, artista attivo ai primi del XV secolo nei pressi di Herat e Samarcanda ha fatto pensare ad un passaggio in Oriente, in proprietà a qualche alto dignitario timuride. Non si esclude l’ipotesi che il disegno di Al-Khayamm deriva da un’altro disegno quindi la tazza non dovrebbe essersi mossa da Costantinopoli.
Alla caduta della capitale orientale nel 1453 raggiunse le collezioni di re Alfonso V d’Aragona a Napoli per poi passare alla straordinaria dattiloteca del cardinale Pietro Barbo (poi Papa Paolo II).

Il cammeo raggiunse poi, con tutta la collezione Barbo, il suo successore Sisto IV per essere successivamente donata da quest’ultimo, in atto di amicizia, al ventiduenne Lorenzo de’ Medici, a Roma nel 1471 proprio per assistere all’incoronazione del nuovo papa.

La grande, prestigiosa raccolta di gemme incise formata a Firenze dalla famiglia dei Medici nell’arco di quasi tre secoli [rappresenta] uno straordinario esempio di amore per l’arte, sorretto da eccezionali mezzi economici, e l’indice del gusto di un’epoca, quella del Rinascimento, che con animo reverente e commosso, muoveva alla scoperta, alla riconquista della “sacrosanta antiquitas”. […] La scoperta della grecità, di un mondo in cui l’amore libero e gioioso della Natura, il culto della Bellezza, la libertà del pensiero nell’indagine filosofica e scientifica si contrapponevano alle cupe visioni della teologia medievale, ebbe, nell’evoluzione mentale e morale dell’Italia e, più tardi, dell’Europa, un’importanza immensa.

Furono proprio i celebri mecenati fiorentini ad innescare un dialogo nato dal confronto costante e consapevole tra oggetti antichi e nuove elaborazioni classicheggianti. Nel 1537 Margherita d’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, andò in sposa in seconde nozze ad Ottavio Farnese, trasferendo con se la sua collezione. Il cerco si chiude col trasferimento della “Tazza” presso le collezioni borboniche, prima a Capodimonte e poi dal 1806 nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Inv. 27611).

La tazza Farnese con montatura in metallo dorato a forma di serpi. Foto Achille Mauri, dopo il 1885. (da "Le Gemme Farnese", ed. Electa Napoli, 2006.)
La tazza Farnese con montatura in metallo dorato a forma di serpi. Foto Achille Mauri, dopo il 1885. (da “Le Gemme Farnese”, ed. Electa Napoli, 2006.)

L’iconografia della Tazza, così ricca di allusioni di matrice ellenistica, sembra essere un’allegoria dei benefici affetti delle piene nilotiche. Sul fondo interno della coppa è raffigurata, in basso, una Sfinge, su cui siede una figura femminile [Eutheneia/Iside] con due spighe nella mano destra; alla sua sinistra, sul tronco di un albero, si trova una imponente figura maschile barbata [Nilo], con una cornucopia vuota; al centro un giovane in piedi e vestito con un corto kitoniskos si appoggia al timone di un aratro e tiene al braccio sinistro un sacco con le sementi [Horos/Harpokrates]; a destra due figure femminili sedute [Horai secondo Furtwängler oppure Herse], una delle quali con una phiale, ed in alto due figure maschili trasportate da un mantello gonfiato dal vento [venti Etesii]. Il fondo esterno ha una grande gorgoneion apotropaica con un forellino, segnalato già dall’inventario Farnese del XVI secolo, che è stato interpretato come traccia di un sostegno a piede che la trasformava in un basso calice. La presenza della Sfinge offre un rimando diretto all’Egitto, ed è il punto di partenza di tutte le interpretazioni della iconografia sinora proposta ma non unica dato che il “riconoscimento di una raffinata assimilazione sincretistica assunta nella rappresentatività di corte da parte dei dinasti tolemaici non esaurisce tutte le possibilità di lettura della scena” (Gasparri).

La tazza non aveva nessuno scopo pratico se non celebrativo: la base non può essere poggiata, ha un profilo troppo irregolare per contenere liquidi, e veniva quindi esibita ad un cerchia di eletti, i soli che potevano percepire compiutamente e comprendere il messaggio politico fortemente esoterico. Si tratta in sostanza di una sorta di “sistema aperto” di immagini, che offre agli incisori glittici una grande libertà di invenzione ed una adattabilità quasi sconfinata alle necessità autocelebrative dei committenti. La fortuna della Tazza Farnese, mai seppellita ma passata di collezione in collezione, sta proprio nella complessità risemantizzabile della sua simbologia che consentivano di volta in volta il riferimento a specifici messaggi ideologici.

Tazza Farnese, 180-160 a.C, agata sardonica, 21.7 cm. Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 27611/1782 (Diritto e rovescio con Gorgoneion)
Tazza Farnese, 180-160 a.C, agata sardonica, 21.7 cm. Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 27611/1782 (Diritto e rovescio con Gorgoneion) (foto)
La Tazza Farnese ispirò le composizioni di diversi artisti rinascimentali. A sinistra: Sandro Botticelli, La nascita di Venere (dettaglio dei venti Etesii), 1482-1485, tempera su tavola, 203 x 314 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze. A destra: Pietro Vannucci, detto il Perugino, tondo David, 127 cm (diametro), Musee des Beaux-Arts de Nantes, France.
La Tazza Farnese ispirò le composizioni di diversi artisti rinascimentali, oltre a Donatello, citato in apertura, riportiamo due casi: Sandro Botticelli, La nascita di Venere (dettaglio dei venti Etesii), 1482-1485, tempera su tavola, 203 x 314 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze (foto) e a destra Pietro Vannucci, detto il Perugino, tondo David, 127 cm (diametro), Musee des Beaux-Arts de Nantes, France. (foto)

 

Bibliografia e sitografia

Il Piacere, romanzo di Gabriele d’Annunzio, ed. Fratelli Treves, Milano, 1896, pag. 77-78.

Marcello Barbanera, Alcune considerazioni su Federico II collezionista di cammei e sul destino della “Tazza Farnese”, Archeologia classica, Vol. LIV – n.s. 4, ed. L’Erma di Bretschneider, 2003.

Carlo Gasparri (a cura di), “Le Gemme Farnese”, ed. Electa Napoli, 2006.

Giorgio Vasari, Le Vite, 1550 (Edizione Torrentiniana) – PDF pubblicato dalla fondazione Memofonte nel marzo 2006.

Francesco Caglioti, Davide Gasparotto, Lorenzo Ghiberti, il Sigillo di Nerone e le origini della placchetta antiquaria, Prospettiva 85 gennaio 1997, pp. 2-38

Le fotografie e i filmati qui presentati, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

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Written by Michele Capaldo

Storico dell'arte, disegnatore, cinefilo, camminatore. Sono laureato all'Università Federico II di Napoli e ho trascorso parte dei miei studi in Spagna (Universidad de Salamanca) e in Austria (University of Vienna).

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