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Lo scultore vegetariano

Spesso l’indipendenza intellettuale di un artista, così salutare per il suo talento, può nuocere alla sua fama storico-artistica come nel caso di Paolo Troubetzkoy(Pavel Petrovič Trubeckoj), un artista italiano che non amò mai mescolarsi troppo ai movimenti artistici a lui contemporanei. I critici e i colleghi italiani a lui contemporanei ebbero buon gioco nel affidargli l’etichetta, tuttora non dissipata, di ricco dilettante. Paolo nasce ad Intra, sul lago Maggiore, nel 1866, secondogenito del principe russo Pietro (diplomatico) e della cantante lirica americana Ada Winans, suo fratello maggiore Piero diventerà pittore ritrattista.

Il padre fu inviato dallo Zar a Firenze per dirigere e sorvegliare la costruzione di una chiesa ortodossa e l’anno seguente alla nascita di Paolo la famiglia si trasferì nella vicina località di Ghiffa, a villa Ada, dove il padre appassionato botanico, allestì un giardino importando fusti di palma e conifere da tutto il mondo.

Lo scultore Paolo Troubetzkoy nel 1900
Lo scultore Paolo Troubetzkoy in una foto del 1900.

Era una famiglia di che vantava ascendenze familiari di tutto rilievo: da Sergio Petrovich, che aveva partecipato alla congiura antizarista dei Decabristi, a Paolo Petrovich, Gran Ciambellano dello zar e volontario con Garibaldi contro gli austriaci, da Sergio Nilolaievich filosofo e politico, rettore all’Università di Mosca, a Nicola Sergeevich, eminente linguista e docente di glottologia comparata sempre presso l’ateneo moscovita.
Nella villa vengono frequentemente ospitati personaggi quali i pittori Cremona e Ranzoni, lo scultore Giuseppe Grandi, i musicisti Catalani e Junck, il poeta e compositore Arrigo Boito.
Proprio dalla pittura scapigliata lombarda, quella di Ranzoni e Cremona (del quale il padre Pietro, è uno dei più convinti patroni), che inizia la ricerca scultorea del giovane Paolo.

Ritratto di Carla Erba
Ritratto della signorina Erba

Nel 1884 Paolo si trasferisce a Milano, ma il suo apprendistato, prima con Donato Barcaglia, poi con Ernesto Bazzaro (allievo prediletto di Grandi), dura solo pochi mesi perché egli mal sopporta lo studio sistematico, preferendo lavorare dal vero, studiando gli animali. La sua prima esposizione si tenne a Brera nel 1886 con Un cavallo, ma negli anni seguenti comincia ad esporre alle mostre anche dei ritratti.
Negli primi anni novanta partecipa a numerosi concorsi per monumenti alle glorie nazionali, tra cui Garibaldi, Fanti, Dante, Amedeo IV di Savoia, da erigersi in varie città italiane, mentre alcune sue opere vengono acquistate dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e dal Golden Gate Museum di San Francisco.
Se sono scarsi i successi nei concorsi per monumenti favorevole e immediata è invece l’accoglienza delle opere di piccole dimensioni e dei ritratti. Così, in sintesi, si può indicare l’esordio milanese di Troubetzkoy: al cui apice sta, né forse diversamente potrebbe essere, la partecipazione alla prima Biennale veneziana con il Ritratto della signorina Erba (Carla Erba, figlia di Carlo Erba e madre del regista Luchino Visconti).

Sono suoi sodali, negli anni milanesi, Daniele Ranzoni e Giovanni Segantini, ma anche Francesco Crispi, Gabriele D’Annunzio, il mercante Alberto Grubicy e la famiglia Vonwiller.
Nel dicembre del 1897 Troubetzkoy lascia Milano per la Russia, dove tiene un corso di scultura all’Accademia di Belle Arti di Mosca nel quale invita gli allievi a copiare non dall’antico, ma dal vero. Frequenta l’Associazione per le esposizioni ambulanti”, l’organo progressista dei pittori russi che afferma i principi del realismo nell’arte e aperto alle influenze dell’impressionismo francese. Espone inoltre a Stoccolma, città in cui conosce Elin Sundström, sua futura moglie.
L’amore per il mondo animale in lui fu profondo e restò dunque colpito dal rigoroso vegetarianesimo di Lev Tolstoj quando si recò a Jasnaja Poljana nel 1899, decidendo a sua volta di non mangiare più nessun alimento proveniente da animali.
Paolo dedica allo scrittore russo due busti, un ritratto a cavallo, un dipinto a olio e alcuni disegni. Nel frattempo esegue molti ritratti di politici e nobili russi, tra cui il principe Lev Galitzin, la principessa Gagarina, i granduchi Wladimirovich e i Romanov.

Nel 1901 vince il concorso per il monumento allo zar Alessandro III da erigersi a Pietroburgo, opera che verrà inaugurata, dopo molte polemiche e rifacimenti, nel 1909 (scampato alla rivoluzione oggi si trova al Museo Statale Russo di San Pietroburgo).

Nel frattempo comincia a esporre con frequenza, oltre che alle più importanti mostre italiane (Venezia, Milano, Roma, Firenze), anche a Parigi.
In Italia le sue sculture vengono accolte con una certa freddezza e se Ugo Ojetti elogia Troubetzkoy paragonandolo l’opera all’arte scultorea August Rodin e Costantine Meunier, Ugo Fléres definirà la sua estetica “immatura e futile”.
Nel 1905, in seguito alla guerra russo-giapponese e allo scoppio dei primi moti rivoluzionari, Troubetzkoy si darà ad un nomadismo elegante che durerà un decennio. La prima tappa di Paolo non poteva che essere Parigi, dove agli omaggi ad Auguste Rodin e al giovane collega, Rembrandt Bugatti, alterna le committenze di casa Rothschild e di Robert de Montesquiou, il Monsieur de Charlus di Proust.
L’anno seguente è membro della Société Nouvelle des Peintres et Sculpteurs, presieduta da Auguste Rodin, e nella capitale francese ha l’opportunità di ritrarre numerose personalità di spicco. Nel 1908, presso lo studio del pittore John Singer Sargent a Londra, esegue il primo busto di George Bernard Shaw.

L’odio contro la retorica letteraria che era di moda fare intorno alle opere d’arte lo infastidiva e non usava nemmeno dei titoli per le sue opere.

Questa idea della scultura come estrema naturalezza del fare, del modellare, del sorprendere il soggetto della propria attenzione quasi fulmineamente, è senz’altro la qualità di Troubetzkoy, quella a cui si devono una serie di capolavori insuperabili, i suoi ritratti […] Che su di un tale temperamento abbia agitoanche la sua origine aristocratica, la raffinata educazione internazionale ricevuta in casa assieme ai suoi fratelli, i frequenti viaggi e soggiorni fuori d’Italia, non mi pare che si possa dubitare.

Mario De Micheli, La scultura dell’Ottocento in Storia dell’arte in Italia, pg.168

Eccellente imprenditore della propria arte, Troubetzkoy va dove il mercato chiama, in quell’America ricca e colta che ammira Parigi e che predilige il gioco “più eccitante, interessante e vantaggioso che consiste nel comprare arte viva”, come dichiara il grande avvocato d’affari John Quinn.
A partire dal 1911 le opere di Paolo Troubetzkoy vengono esposte in alcune mostre individuali ospitate in diverse città americane, tra cui Buffalo, Chicago, St. Louis, Boston. Recatosi a New York nel 1914 per una nuova esposizione, decide di non tornare in Europa per via della guerra.

Naturalmente il suo referente primo non potè che diventare la famiglie più ricche degli Stati Uniti, i Vanderbilt, amante di Gérôme e di Meissonier, della scuola di Barbizon e in generale della modernità europea: tra i personaggi ritratti da Troubetzkoy figura Gertrude Vanderbilt Whitney, fondatrice nel 1914 a New York del Whitney Museum.
Nel 1914 Troubetzkoy è già lontano tanto da New York quanto da Parigi: il suo istinto di rabdomante sociale del gusto lo porta ad aprire uno studio a Hollywood, in caccia della nascente borghesia mondana, quella delle star come Mary Pickford, Douglas Fairbanks senior e Charlie Chaplin.

Nel 1919 vince a Los Angeles il concorso per il monumento, non felicissimo a nostro avviso, al generale Harrison Gray Otis, inaugurato l’anno seguente.
Ad Hollywood conosce e raffigura molti attori cinematografici, alternando la ritrattistica a opere di soggetto animalista o ispirate al folklore americano, quali cowboys, rodei e indiani pellerossa.
Nel 1921 Paolo Troubetzkoy torna a Parigi, dove affitta una villetta con studio nel sobborgo di Neuilly sur Seine, mentre d’estate soggiorna alla Ca’ Bianca, presso Suna, sul lago Maggiore.
Nel 1932 torna a villa Ada e due anni dopo affronta un viaggio in Egitto, per esporre ad Alessandria e al Cairo.
Negli ultimi anni continua a lavorare assiduamente nonostante una grave forma di anemia che lo conduce alla morte nel 1938 (si spegne a Verbania-Pallanza) senza che egli abbia modificato i propri principi vegetariani.
Per desiderio dell’artista stesso, i suoi eredi donano al Museo del Paesaggio di Pallanza tutte le opere in gesso lasciate sia nella residenza di Suna che nello studio di Neuilly sur Seine.
Oggi la critica sembra aver riscoperto le sue steccate nervose e intuitive, la matericità esibita, la sua mentalità moderna e cosmopolita che lo avvicinano all’opera del Boldini parigino: con il quale condivide anche il tipo di la committenza.

 

Bibliografia/sitografia:

Flaminio Guardoni Lettura di Troubetzkoy, in “Tracce”, XVIII, 23, Varese, agosto 1998

Catalogue of sculpture by prince Paul Troubetzkoy exhibited at the art institute of Chicago, febrary 1 to febrary 28, 1912

Pica Vittorio, Artisti contemporanei: Paolo Troubetzkoy, Vol. XII, n. 67, p. 002 (1900)

Catalogo della galleria Sladmore di Londra “Prince Paul Troubetzkoy – The belle epoque captured in Bronze

 

 Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

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