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Il ritratto del miniatore

Domínikos Theotokópoulos (detto El Greco), Ritratto di don Giulio Clovio, 1571 ca., olio su tela, 58 x 86 cm. Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.
Domínikos Theotokópoulos (detto El Greco), Ritratto di don Giulio Clovio, 1571 ca., olio su tela, 58 x 86 cm. Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.

Difficile non perdersi nei meandri dell’arte del Cinquecento quando il personaggio da analizzare è quello ritratto in quest’opera di El Greco, conservata nel Museo Nazionale di Capodimonte. Si tratta infatti del miniatore Giulio Clovio, al quale Giorgio Vasari dedicherà, nell’edizione del 1568 delle sue vite, un’ ampia biografia volta a celebrarlo come uno dei più illustri artisti del Cinquecento romano:

Non è mai stato, né sarà per aventura in molti secoli, né il più raro né il più eccellente miniatore, o vogliamo dire dipintore di cose piccole, di don Giulio Clovio, poiché ha di gran lunga superato quanti altri mai si sono in questa maniera di pitture esercitati.

Quella dedicata a don Giulio fu la quinta e ultima delle biografie del Vasari dedicate ad artisti viventi, insieme a quella del Primaticcio, di Tiziano, di Jacopo Sansovino e di Leone Leoni.
In pieno Cinquecento, nonostante l’invenzione della stampa abbia segnato l’inevitabile declino della miniatura, si verificò uno straordinario revival della “maniera di figure piccole”, secondo la conosciuta espressione di Raffaello Borghini.
Nel clima culturale aristocratico delle corti europee, l’antica arte dell’illuminare fornisce prodotti di lusso estremo, attestati a livelli altissimi di qualità e di virtuosismo, destinati a committenti assolutamente esclusivi.

Il protagonista di questi ultimi fuochi della miniatura fu proprio il croato Juraj Julije Klović (Giulio Clovio) che condusse la sua lunga vita fra Venezia, Firenze e Roma e che realizzò i libri più belli del secolo.
Giulio Clovio si formò a Venezia, nell’ambiente dei grandi cardinali collezionisti Domenico e Marino Grimani, tentò poi la fortuna in Ungheria, presso la corte di Luigi II.
Ma da Budapest dovette scappare presto perché nel 1526 arrivarono gli Ottomani. Ritiratosi a Roma, in tempo per patire la prigionia e gli oltraggi del Sacco del 1527:

 […] perché trovandosi il povero uomo prigione degli Spagnuoli e mal condotto, in tanta miseria ricorse all’aiuto divino, facendo voto, se usciva salvo di quella rovina miserabile e di mano a que’ nuovi Farisei, di sùbito farsi frate. Onde essendosi salvato per grazia di Dio, e condottosi a Mantova, si fece religioso nel monasterio di San Ruffino dell’ordine de’ Canonici Regolari Scopetini, essendogli stato promesso, oltre alla quiete e riposo della mente e tranquill’ozio di servire a Dio, che arebbe comodità di attendere alle volte, quasi per passatempo, a lavorare di minio.

Il suo nome religioso, Giulio, fu adottato in omaggio al suo maestro Giulio Romano, il celebre allievo di Raffaello che proprio a Mantova affrescò le sale di Palazzo Te.

Alessandro Farnese (1520-1589) fu nominato cardinale all’età di quattordici anni dallo zio Paolo III. Chiamò a Roma Tiziano nel 1546 e dopo una breve permanenza in Francia, nel 1554 fece ritorno a Roma: iniziò la grande stagione di imprese artistiche che gli valsero l’appellativo di “Gran Cardinale”.
Alessandro Farnese (1520-1589) fu nominato cardinale all’età di quattordici anni dallo zio Paolo III. Ospitò a Roma Tiziano nel 1546 e dopo una breve permanenza in Francia, nel 1554 fece ritorno a Roma: iniziò la grande stagione di imprese artistiche che gli valsero l’appellativo di “Gran Cardinale”.

Ma a ledere la fama di un artista così grande fu la convinzione di parte della storiografia artistica moderna che Gulio Clovio fu prevalentemente un imitatore di Michelangelo e non un innovatore. Il linguaggio artistico impiegato, che implicherebbe, per la sua realizzazione in piccola scala, “diligentia” piuttosto che “inventio“, ha finito per relegare il miniaturista croato ad un ruolo secondario nel panorama artistico del XVI sec.
Studi più recenti hanno valorizzato l’apporto di Clovio nell’arte del suo tempo e hanno messo in rilievo che il suo lavoro di miniatore godeva di grande considerazione presso i suoi contemporanei.

Giulio Clovio fu anche un apprezzatissimo consulente artistico per il cardinal Alessandro Farnese occupandosi di presentargli artisti tra i quali figurano Francesco de’ Rossi, altrimenti conosciuto come Cecchino Salviati (1510-1563), Federico Zuccaro (1539-1609) e Bartholomeus Spranger (1546-1611).
Al 16 novembre del 1570 risale la famosa lettera di presentazione per El Greco destinata al cardinal Farnese; l’artista cipriota, presentato come “discepolo di Titiano” trattenne col miniatore un’amicizia preziosa che spiega l’esistenza di quel ritratto e fa luce su uno dei periodi più oscuri della vita di El Greco, il suo soggiorno romano (dicembre 1570 – luglio 1572).

Domínikos Theotokópoulos (detto El Greco), Cacciata dei mercanti dal tempio, 1572 ca., olio su tela, 118,4 x 150,8 cm. Mineápolis, Institute of Arts, William Hood Dunwoody Fund, inv. 24.1.
Domínikos Theotokópoulos (detto El Greco), Cacciata dei mercanti dal tempio, 1572 ca., olio su tela, 118,4 x 150,8 cm. Mineápolis, Institute of Arts, William Hood Dunwoody Fund, inv. 24.1.

L’omaggio de El Greco non si limitò a quel ritratto: ne La cacciata de mercanti dal Tempio di Mineápolis don Giulio appare ritratto in una foggia simile al ritratto napoletano e nel pantheon dei migliori artisti del Rinascimento europeo come Tiziano e Michelangelo, e non si trattava affatto di un omaggio speciale all’amico miniaturista o di una personale dichiarazione poetica.

Giulio Clovio, Lezionario Farnese (Towneley Lectionary), 23v, New York Public Library. Si tratta del Lezionario della cappella Sistina, evidentissime le ascendenze michelangiolesce. Nel 1883 il codice confluì nel patrimonio della New York Public Library, dove è conservato ancora oggi. Fonte: goo.gl/WoRyDb
Giulio Clovio, Lezionario Farnese (Towneley Lectionary), 23v, New York Public Library. Si tratta dell’ex lezionario della Cappella Sistina, evidentissime le ascendenze michelangiolesce. Nel 1883 il codice confluì nel patrimonio della New York Public Library, dove è conservato ancora oggi. Fonte: goo.gl/WoRyDb

Nel ritratto di Capodimonte Giulio Clovio tiene tra le sue mani quello che secondo molti è il suo capolavoro, il Libro d’ore Farnese. La profusa decorazione di questo manoscritto, come indicato nel colophon, fu terminata nel 1546, dopo diversi anni di lavoro, ed è costituita da 28 miniature a piena pagina e tre a doppia, più 37 fogli con bordo miniato. Le miniature a tutta pagina sono ordinate in coppie, ciascuna della quale raffronta, per regola generale, un episodio dell’antico e uno del nuovo testamento, confronto concettuale tra il primo racconto sacro è la prefigurazione del successivo.

Domínikos Theotokópoulos (detto El Greco), Ritratto di don Giulio Clovio (dettaglio), 1571 ca. Raffronto con le corrispondenti pagine del "Libro d'ore" Farnese.
Domínikos Theotokópoulos (detto El Greco), Ritratto di don Giulio Clovio (dettaglio), 1571 ca. Raffronto con le corrispondenti pagine del “Libro d’ore” Farnese. Secondo alcune ipotesi tale prezioso manoscritto era conservato nella cosiddetta Cassetta Farnese, conservata presso il Museo Nazionale di Capodimonte.

Nel ritratto de El Greco, il manoscritto è aperto sul verso del folio 59 e sul recto del 60 e rappresentano, rispettivamente, Dio padre con la Vergine Immacolata e la Sacra Famiglia.
Il miniaturista segna col dito l’immagine del recto del folio 59, quella col Dio Padre, una delle sue miniature più belle e nella quale risulta più evidente l’ascendente michelangiolesco (vedi).

Nonostante tale nobile derivazione questa miniatura conserva un legame creativo con l’originale e non costituisce affatto una copia dall’affresco dei soffitti della Sistina. Un’opera che incarna alla perfezione l’idea di copia può essere osservata nello stesso Museo Nazionale di Capodimonte, si tratta del Giudizio Universale di Marcello Venusti, che agì sempre su incarico del già citato cardinal Farnese.

La storia collezionistica del Libro d’ore non è meno interessante della sue vicende realizzative. Il volume fu conservato a Parma sin dai primi anni Trenta del Settecento, finì nella Biblioteca Reale Borbonica a Napoli dal 1780 al 1804, anni in cui venne così descritto da Giuseppe Sigismondo:

Ma tra le cose più belle èvvi un officio della Beata Vergine e de’ defunti, in pergameno, ornato di bellissime vignette fatte da Giulio Clovio nel 1546 pel cardinal Alessandro Farnese. Vi sono, di quando in quando, delle figure in miniatura copiate da’ migliori autori e con una esattezza indicibile. Ve n’è sì gran numero che sembra l’autore aver dovuta passare la maggior parte della
sua vita a perfezionare quest’opera. Le piante, i fiori, gli animali e particolarmente gli ucelli sono di così gran verità e perfezione che non possono aver di meglio. Le vedute di paesini e di campagnole sono cose che incantano. Alla fine del libro vi si legge: “Julius Clovius Macedo monumenta hæc Alexandro Farnesio Cardinali Domino suo faciebat MDXLVI”.

Purtroppo nel 1848 Ferdinando II di Borbone prese la triste iniziativa di inserirla tra i suoi beni privati e nel 1860 la porta con se nell’esilio dorato di Palazzo Farnese fino al 1870. Il nobile figlio di Ferdinando II, Alfonso di Borbone conte di Caserta, nel maggio del 1903 la vendette all’illuminato magnate americano J. P. Morgan, fece da tramite nella trattativa la J. & J. Goldschmidt.
J. P. Morgan aggiunse così anche il Libro d’Ore Farnese di Giulio Clovio alla sua spettacolare collezione che comprende l’Evangeliario di Lindau, unicum della miniatura e della legatura medievale, tre Bibbie di Gutenberg, il Libro d’ore Bodmer di Michelino da Besozzo, una raccolta di incunaboli di William Caxton, lettere, manoscritti, disegni lettere, manoscritti, disegni, quadri e sculture.

 

Bibliografia e sitografia:

 

Libro d’Ore Farnese, J. P. Morgan Library & Museum, New York

Lezionario Farnese (Towneley Lectionary), New York Public Library

Libro d’Ore (The ‘Stuart de Rothesay Hours’), British Library, c 1508-c 1538

Giuseppe Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi, Napoli 1788-89, tomo III, 1789, a cura di Maria Pia Lauro (PDF – pubblicato: aprile 2011)

 

Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

 

 

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Written by Michele Capaldo

Sono uno storico dell’arte, illustratore e cinefilo nato nell'anno di Orwell. Ho frequentato l'Università di Napoli Federico II, con borse di studio presso quelle di Salamanca e di Vienna.
Lo spirito di osservazione e la curiosità dello storico dell’arte, le parole dei classici della letteratura e lo sguardo del grande cinema, sono parte del mio viatico col quale percorro il mondo.

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