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La cassetta Farnese

Tiziano Vecellio, ritratto del card. Alessandro Farnese, 1545-15, Inv. 46, olio su tela, 97 x 73 cm, Museo Nazionale di Capodimonte Napoli, inv. Q 113.
Tiziano Vecellio, ritratto del card. Alessandro Farnese, 1545-15, Inv. 46, olio su tela, 97 x 73 cm, Museo Nazionale di Capodimonte Napoli, inv. Q 113.

La cassetta Farnese, conservata al Museo Nazionale di Capodimonte, è un oggetto particolarmente celebre tra gli specialisti di arti decorative ed è spesso citata, insieme alle opere del Cellini, come la testimonianza più compiuta dell’oreficeria profana della metà del Cinquecento.
Le denominazioni di “cassetta”, “cofanetto”, “cofano” e “scrigno” servono proprio ad indicare questi preziosi contenitori che, insieme a specchi, scatole da scrittura, bronzetti, cammei, medaglie e altri piccoli oggetti facevano parte dell’arredamento di ambienti privati in dimore di famiglie nobili o molto facoltose.
La funzione delle cassette, fatte per obbedire “il più presto a pompa che a necessità” era quella di contenere manufatti altrettanto preziosi: strettissimo era inoltre il vincolo simbolico che intercorreva tra contenitore e contenuto.
Nelle maggiori corti rinascimentali si faceva dono di questi straordinari oggetti in occasione di celebrazioni civili o religiose, nascite, genetliaci, matrimoni, anniversari, etc.
In questo caso il committente della cassetta di cui parleremo fu il cardinale Alessandro Farnese, detto il “gran cardinale”, nipote di Papa Paolo III, elevato a dignità cardinalizia quattordicenne, fu tra i maggiori collezionisti del suo tempo, avido, colto e in competizione con un’altro celebre cardinale, Ippolito d’Este, committente, tra gli altri, di Benvenuto Cellini.

I due committenti gareggiarono tra loro per promuovere e diffondere nelle corti d’Europa il gusto della maniera italiana nelle arti applicate, condividendo artisti, modelli e raffinatezza nell’organizzare gli arredi nelle dimore da loro approntate, sia nei palazzi romani, che nelle ville suburbane a Tivoli e Caprarola.

Volendo poi fare il medesimo cardinal Farnese una cassetta d’argento ricchissima, fattone fare l’opera a Marino orefice fiorentino, che altrove se ne ragionerà, diede a fare a Giovanni tutti i vani de’ cristalli, i quali gli condusse tutti pieni di storie e di marmo di mezzo rilievo; fece le figure d’argento e gli ornamenti tondi con tanta diligenza che non fu mai fatta altra opera con tanta e simile perfezzione. Sono di mano di Giovanni nel corpo di questa cassa intagliate in ovati queste storie con arte maravigliosa: la caccia di Meleagro e del porco Calidonio, le Baccanti et una battaglia navale, e similmente quando Ercole combatte con l’Amazzone, e altre bellissime fantasie del cardinale, che ne fece fare i disegni finiti a Perino del Vaga et a altri maestri.

Come riporta lo stesso Vasari fu Giovanni Bernardi da Castel Bolognese l’intagliatore dei cristalli di questo preziosissimo manufatto. Pare però che i sei cristalli che adornano i lati dello scrigno farnesiano non siano posteriori al l547 e che fossero compiuti già prima che iniziasse l’opera dell’orafo come ben si evince dalle lettere del Bernardi al cardinal Farnese; ed è probabile, anzi, che agli orafi fu imposto il vincolo degli scassi elittici destinati all’incastonatura dei cristalli.
Sebastiano (Manno) Sbarri, allievo del citato Benvenuto Cellini, e Antonio Gentili da Faenza sono i due orafi che si occuparono della realizzazione della cassetta dal 1548, o forse prima, come si deduce sempre dalla corrispondenza col cardinal Farnese; mentre ancora nel 1561 non era compiuta del tutto.

Antonio Gentili da Faenza, croce e candelieri di argento dorato eseguiti per la cappella Farnese in San Pietro in Vaticano, oggi esposte nel Museo del Tesoro. A sinistra: incisione della Croce, biblioteca nazionale di Parigi; A destra particolare della base della croce (Fot. Alinari). Da notare le forti affinità stilistiche con la cassetta Farnese e la presenza di piastre in cristallo di rocca molato. Tratte da "Opere di Antonio Gentili artista faentino" di Giorgio Sangiorgi, © Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo - Bollettino d'Arte.
Antonio Gentili da Faenza, croce e candelieri di argento dorato eseguiti per la cappella Farnese in San Pietro in Vaticano, oggi esposte nel Museo del Tesoro. A sinistra: incisione della Croce, biblioteca nazionale di Parigi; A destra particolare della base della croce (Fot. Alinari). Da notare le forti affinità stilistiche con la cassetta Farnese e la presenza di piastre in cristallo di rocca molato. Tratte da “Opere di Antonio Gentili artista faentino” di Giorgio Sangiorgi, © Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Bollettino d’Arte.

Riferire un’opera così complessa e dalla così lunga gestazione a soli tre artefici, seppur capacissimi, è estremamente riduttivo, se non errato. Soltanto lo studio complessivo di quella che è stata definita “officina farnesiana” è in grado di restituire l’idea dei fitti rapporti che intercorrevano tra i migliori artisti al servizio della prestigiosa politica culturale promossa dalla famiglia Farnese. Tra questi un posto d’onore spetta a Perin del Vaga, pittore ufficiale di Papa Paolo III, al quale vennero richiesti dei disegni destinati alla realizzazione delle opere più varie, inclusi i disegni per i cristalli della cassetta Farnese.

A sinistra: Perin del Vaga (Pietro Bonaccossi), Teseo combatte le amazzoni, Museo del Louvre, fonds des dessins et miniatures, INV 593, Recto © Musée du Louvre, dist. RMN-Grand Palais - Photo S. Nagy (http://arts-graphiques.louvre.fr/detail/oeuvres/23/1093-Thesee-combattant-les-amazones-max). A destra: Perin del Vaga (Pietro Bonaccossi), Trionfo di bacco, Museo del Louvre, fonds des dessins et miniatures, INV 593, Recto © Musée du Louvre, dist. RMN-Grand Palais - Photo S. Nagy (http://arts-graphiques.louvre.fr/detail/oeuvres/98/1092-Le-triomphe-de-Bacchus-max)
A sinistra: Perin del Vaga (Pietro Bonaccossi), Teseo combatte le amazzoni, Museo del Louvre, fonds des dessins et miniatures, INV 593, Recto © Musée du Louvre, dist. RMN-Grand Palais – Photo S. Nagy (http://arts-graphiques.louvre.fr/detail/oeuvres/23/1093-Thesee-combattant-les-amazones-max). A destra: Perin del Vaga (Pietro Bonaccossi), Trionfo di bacco, Museo del Louvre, fonds des dessins et miniatures, INV 593, Recto © Musée du Louvre, dist. RMN-Grand Palais – Photo S. Nagy (http://arts-graphiques.louvre.fr/detail/oeuvres/98/1092-Le-triomphe-de-Bacchus-max)

L’altro artista che influenzò maggiormente la realizzazione dei più importanti oggetti d’arte prodotti in quell’epoca fu Francesco Salviati, la cui attività di disegnatore per orefici, arazzieri, armaioli e maiolicari è documentata da una serie di fogli di grande qualità. Sappiamo da Vasari che il Salviati fu amico di tre orafi fiorentini, tra questi proprio il Manno Sbarri della cassetta. Per il cardinal Farnese lo Sbarri realizzò, su disegno del Salviati, dei candelieri destinati all’altare di famiglia in San Pietro, ma in seguito alla morte dell’artefice fiorentino la commissione fu conclusa, tra il 1578 e il 1582, da Antonio Gentili, di cui possediamo un disegno che modifica l’idea dello Sbarri per la base.

Gli orefici Manno Sbarri e Antonio Gentili realizzano la cassetta con un preciso tipo architettonico: in forma di tempietto con quattro lati e pianta rettangolare, fitto di decorazioni complessissime che coprono tutta la superficie del manufatto, incluso la parte inferiore e l’interno.

Il coperchio è sormontato da frontoni curvilinei spezzati e rivolti a spirale di matrice michelangiolesca. I quattro semi-timpani triangolari sono riempiti da figure distese sorreggenti dei festoni di pigne, pomi e fiori. Nella profonda gola, che le spezzature dei frontoni generano in mezzo al coperchio, vi è una copertura a superficie concava e nel mezzo di questa sorge un un masso sorretto da un capitello adorno di protomi muliebri e sorreggente la statua di un Ercole stanco e riposante, coi pomi colti nel giardino delle Esperidi e la clava.

Lato anteriore della cassetta Farnese, fotografie di Guido Spinazzola, tratte da "Il cofanetto farnesiano del Museo di Napoli" di Aldo De Rinaldis.
Lato anteriore della cassetta Farnese, fotografie di Guido Spinazzola, tratte da “Il cofanetto farnesiano del Museo di Napoli” di Aldo De Rinaldis.

A fare da pilastri, posizionati a due negli angoli ed isolati nel mezzo dei lati più lunghi, troviamo delle erme cariatidi panneggiate e adorne di festoni; la cariatide sul lato maggiore-anteriore reca, in luogo del panneggio, lo scudo azzurro a sette gigli dei Farnese sormontato dal cappello cardinalizio e una targhetta recante le lettere A.F. – S.R.E. – V.C. (Alexander Farnesius. Sanctae. Romanae. Eclesiae. Vice. Cancellarius).

Gli scompartimenti, che risultano dai pilastri, sono inquadrati da cornici e portano ciascuno, in un vano ellittico, i già citati lavori d’incisione su cristallo di rocca di Giovanni Bernardi. Delle figure allegoriche sormontano le cornici dei detti vani e sorreggono dei motti riferentesi al soggetto trattato nel cristallo sottoposto.

Fronte della cassetta: (sinistra) Combattimento fra Greci ed Amazzoni con l'epigrafe AMAZONEΣ MASCVLA VIRTVS. Il cristallo riporta il nome inciso di Joannes de Bernardi. (destra) combattimento dei Centauri contro i Lapiti ed epigrafe ΘHPES VISCONSILII EXPERS.
Fronte della cassetta (sinistra): Combattimento fra Greci ed Amazzoni con l’epigrafe AMAZONEΣ MASCVLA VIRTVS. Il cristallo riporta il nome inciso di Joannes de Bernardi; Fronte della cassetta (destra): combattimento dei Centauri contro i Lapiti ed epigrafe ΘHPES VISCONSILII EXPERS.
Lato lungo posteriore, parte sinistra: la caccia al cinghiale calidonio. L’incisione rappresenta il momento in cui il drappello di divinità dà la caccia alla belva. Atalanta sta per tirar al cinghiale il corpo mortale, Meleagro lo finisce con un colpo di scure. Poi l’iscrizione : MEΛEAΓPOΓ OHPAKAEOΣ EΛΛHΩN (di Meleagro l’Ercole degli Elleni). Lato lungo posteriore, parte destra: il trionfo di Bacco: un sileno ebbro avanza su un asino sorretto da fauni e satiri festeggianti. Seguono Bacco giovane ed Arianna seduti su un cocchio tirato da due pantere e seguito da alcune baccanti. Leggiamo poi al disopra una iscrizione: OYΩNEOΣ ΠOMIIH (Trionfo di Bacco) e poi: ORIENS UBI VICTVS (l'Oriente a te vinto). Anche questa lastra è firmata Joannes de Bernardi.
Retro della cassetta (sinistra): la caccia al cinghiale calidonio. L’incisione rappresenta il momento in cui il drappello di divinità dà la caccia alla belva. Atalanta sta per tirar al cinghiale il corpo mortale, Meleagro lo finisce con un colpo di scure. Poi l’iscrizione : MEΛEAΓPOΓ OHPAKAEOΣ EΛΛHΩN (di Meleagro l’Ercole degli Elleni). Retro della cassetta (destra): il trionfo di Bacco: un sileno ebbro avanza su un asino sorretto da fauni e satiri festeggianti. Seguono Bacco giovane ed Arianna seduti su un cocchio tirato da due pantere e seguito da alcune baccanti. Leggiamo poi al disopra una iscrizione: OYΩNEOΣ ΠOMIIH (Trionfo di Bacco) e poi: ORIENS UBI VICTVS (l’Oriente a te vinto). Anche questa lastra è firmata Joannes de Bernardi.

 

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CIRCVS I NOSTER I ECCE . ADEST I POPVLI I VOLVPTAS nella targa sovrapposta al Circo delle quadrighe; e infine ΞEPΞOV I NAVMAXIA I MEΓAAH l HTTA nella targa sovrapposta alla Battaglia navale.

In tal modo architettato, il cofanetto poggia su dieci piedi mensoliformi a forma di lira capovolte e terminanti con zampe leonine. Dalle quattro coppie dei sostegni, ai quattro angoli, si allungano quattro sfingi a reggere le basi di altrettante statuette sedute, modellate a tuttotondo: Marte e Minerva sul lato anteriore, Diana e Bacco su quello posteriore.

Se osserviamo l’interno del cofanetto farnesiano, cosa impossibile nell’attuale esposizione in teca, intravediamo sulle pareti interne le campate dei cristalli spartite da lesene binate, sottilmente scanalate, in perfetta corrispondenza delle colonne esterne e in lieve aggetto a sostegno di un fregio dorico coronato da un meandro a onde mentre nei campi delle metope, tra l’un triglifo e l’altro, vi sono alternati maschere, gorgoni, bucrani e gigli farnesiani.

Sopra: facciata interna del coperchio con la scena del ratto di Proserpina da parte di un Nettuno in biga. Sotto: fondo della cassetta con la scena di Alessandro Magno, omonimo del committente, che tiene per se i manoscritti di Omero.
Sopra: facciata interna del coperchio con la scena del ratto di Proserpina da parte di un Nettuno in quadriga. Sotto: fondo della cassetta con la scena di Alessandro Magno, omonimo del committente, che tiene per se i manoscritti di Omero.

Nel fondo della cassetta tra emblemi dei Farnese ed ornamenti vari, si scorge un rilievo con Alessandro Magno circondato dai suoi capitani, nell’atto di prendere l’unico oggetto che egli tiene per se dal ricco bottino requisito a Dario, lo scrigno dove si conservava l’opera di Omero. Su due stemmi collocati ai due lati del bassorilievo si legge l’epigrafe: ΠAPAΓΛΩΞOMEN (“Varcheremo insieme i mari”), che accenna alla vicenda rappresentata.
Vi è in questo rilievo una plausibile allusione alla funzione di questa cassetta: non custodia di gioielli, in quanto non foderata, bensì di qualche rarissimo incunabolo della collezione Farnese, oggi probabilmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Altri studiosi hanno voluto considerare la cassetta un prezioso contenitore di un’altra grande opera del ‘500, il celebre manoscritto di Giulio Clodio.

Giulio Clovio, Officium Virginis (Farnese hours), M.69, fol. 39r e 39v. The Morgan Library & Museum, New York. (http://ica.themorgan.org/manuscript/77250)
Giulio Clovio, Officium Virginis (Farnese hours), M.69, fol. 39r e 39v. The Morgan Library & Museum, New York. (http://ica.themorgan.org/manuscript/77250)

Dopo nove anni di lavoro, nel 1546, il celebre miniatore di origine croata Giulio Clovio termina la strepitosa decorazione dell’Officium Virginis per il card. Alessandro Farnese. Il codice contiene ben 28 miniature in folio che mettono a confronto scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, con l’aggiunta di due episodi di tematica liturgica. Le grandiosità e la sicurezza di composizione derivano al Clovio dallo studio delle decorazioni ad affresco delle logge vaticane e della Sistina, altre componenti del suo linguaggio sono desunte dalle opere di Bertoja e Salviati, con cui Clovio era entrato in contatto quando era al servizio del gran cardinale, ma di questo magnifico manoscritto ci riserviamo di parlarne in maniera più estesa in un prossimo intervento.

La cassetta Farnese in una foto a colori che ne rivela la policromia, spicca sull'argento dorato il prezioso lapislazzuli.
La cassetta Farnese in una foto a colori che ne rivela la policromia, spiccano sull’argento dorato gli smalti dell’araldica e il prezioso lapislazzuli.

Bibliografia e sitografia:

Wolfgang Fritz Volbach, Antonio Gentili da Faenza and the Large Candlesticks in the Treasury of St Peter’s Author(s), The Burlington Magazine, Vol. 90, No. 547 (Oct., 1948), pp. 281-286 Published by: Burlington Magazine Publications Ltd.

Aldo De Rinaldis, Il cofanetto farnesiano del Museo di Napoli, in “Bollettino d’Arte”, 24, 1923, pp. 145-165.

G. Sangiorgi, Opere d’A. G. orefice faentino, in Bollettino d’arte, XXVI (1932-33), pp. 220-229 (09/06/2016 h19:52)

Giorgio Vasari, Vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori, 1550 e 1568, a cura di R. Bettarini e P. Barocchi, Firenze S.P.E.S., già Sansoni, 1966-1987

Simonetta Prosperi e Valenti Rodinò, Disegni cinquecenteschi per oreficerie ed arredi: ipotesi per una “Officina Estense”, Studi di Memofonte 5/2010, pp. 15-22. (09/06/2016 h20:52)

 

Le fotografie e i filmati qui presentati, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

 

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