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Il cenotafio viennese di Canova

Maria Cristina, Arciduchessa d'Austria (1742-98). Autoritratto, olio su tela, 1776. Kunsthistorisches Museum, Palazzo di Schönbrunn, Vienna.
Maria Cristina, Arciduchessa d’Austria (1742-98). Autoritratto, olio su tela, 1776. Kunsthistorisches Museum, Palazzo di Schönbrunn, Vienna.

Uno dei motivi che in passato mi ha spinto ad indagare sulla figura di Antonio Canova è stata la stroncatura alla quale è stato sottoposto dai maggiori esperti d’arte italiani del Novecento.
Il più duro dei critici fu certamente Cesare Brandi: “La sua mimica è atroce: non crea, imita […] la scultura del Canova traduce il marmo in cemento; è opaca, non va oltre la superficie“. Agli occhi di Brandi il gruppo di Ercole e Lica non era altro che “una mostruosità innarrivabile“.
Lo stesso Roberto Longhi nel 1946 tuona: “Antonio Canova, lo scultore nato morto il cui cuore è ai Frari, la cui mano è all’Accademia e il resto non so dove. Da quel momento, più nulla da fare. E l’arte Italiana, per più di un secolo, è finita” arrivando a definire le sue opere “svarioni cimiteriali”.
L’unico studioso italiano a tenere alto il vessillo dell’arte canoviana fu il grande Mario Praz, cosa che rendeva l’artista di Possagno, ai miei occhi, ancora più affascinante.
Sembravano davvero eccessive quelle condanne nei confronti di un artista che oltre ad essere il più apprezzato scultore degli anni cruciali tra Sette e Ottocento, fu anche la maggiore autorità europea per la conoscenza dell’ arte classica, vantando rapporti con Quatremère de Quincy, Ennio Quirino Visconti e Carlo Fea.
Canova mise la sue conoscenze al servizio della tutela delle antichità romane collaborando nel 1802 alla stesura dell’ editto di Pio VII sulla conservazione delle opere e dei monumenti della città eterna, inoltre, nel 1815 riesce a riportare a Roma i capolavori di scultura e pittura che Napoleone aveva razziato durante la campagna d’ Italia. Proprio in nome delle sue straordinarie competenze fu chiamato a Londra per una expertise sui  marmi che lord Elgin aveva trafugato dal Partenone, a lungo rimasti incompresi dalla pur raffinata cultura antiquaria inglese: il suo giudizio fu determinante nel convincere il governo inglese ad acquistarli e a sistemarli nel British Museum, rifiutandosi inoltre di restaurare quei straordinari esemplari di arte greca ne inibì di conseguenza qualsiasi altro intervento.

In alto. Veduta aerea dell'hofburg di Vienna, nel cerchio la chiesa di sant'Agostino. In basso: la pianta della chiesa evidenziata da un'anonima mappa della città di Vienna del 1839.
In alto. Veduta aerea dell’hofburg di Vienna, nel cerchio la chiesa di sant’Agostino. In basso: la pianta della chiesa evidenziata da un’anonima mappa della città di Vienna del 1839.

La possibilità di un lungo soggiorno nella capitale austriaca mi ha dato la possibilità di vedere da vicino quello che è considerato all’unanimità uno dei capolavori di Antonio Canova, Il monumento funebre a Maria Cristina d’Asburgo-Lorena custodito nell’Augustinerkirche di Vienna.
La chiesa di sant’Agostino è uno dei luoghi simbolo della dinastia asburgica, qui si conservano, in vasi canopi, i cuori di 54 membri dell’aristocrazia imperiale – compreso quello di Maria Cristina – e qui si celebravano sfarzosissimi matrimoni di stato, incluse le seconde nozze di Napoleone Bonaparte con Maria Luisa d’Austria.
Quello di Canova però non è la sepoltura della figlia favorita di Maria Teresa d’Austria, si tratta infatti di un monumento celebrativo, un cenotafio fatto erigere dal marito, il Duca Alberto di Teschen, in sua memoria.
Le spoglie di Maria Cristina, morta di tifo all’età di 56 anni, sono conservate nella cripta imperiale, la Kapuzinergruft, a pochi isolati di distanza.
Il Duca Alberto di Teschen volle il miglior scultore della sua generazione per un monumento che attestava l’affetto di un marito sinceramente innamorato di sua moglie, cosa davvero rarissima nell’aristocrazia dell’epoca.
Sua madre procrastinò l’organizzazione del suo matrimonio in attesa della morte del padre, l’Imperatore Francesco I, in modo da permettere a Maria Cristina di potersi sposare per amore invece che ritrovarsi coinvolta in un infelice matrimonio dettato dalla ragion di stato: Mimì fu l’unica figlia, della numerosa prole di Maria Teresa, a godere di questo privilegio.
Maria Cristina d’Asburgo-Lorena fu un’aristocratica oggi ricordata anche per la sua produzione artistica: amava l’arte e dipingeva spesso piccoli quadretti di genere in cui rappresentava scene di vita familiare, incluso qualche autoritratto.
Appena entrati nella Augustinerkirche, incassato sulla parete destra della navata, ci si accorge subito del celebre monumento funebre piramidale, in perfetto stile neoclassico.
Il motivo pagano del corteo, la finta porta che allude al passaggio in un sacello e la simbologia religiosa profondamente sincretica sono tutti elementi al centro delle ricerche iconografiche e formali dello scultore veneto.
Canova fu appositamente chiamato a Vienna nel 1798 per un incontro con l’affranto duca di Sassonia-Teschen. Il celebrassimo scultore veneziano propose al duca un progetto rielaborato da un’altro cenotafio, destinato al pittore Tiziano Vecellio, la cui realizzazione era andata procrastinata.
Lo scultore lavorò per ben sette anni: passati tra esecuzione, ripensamenti, e un serrato rapporto epistolare con un committente che diffidava delle osate scelte dell’autore. Canova tornò a Vienna solo nel settembre del 1805 per la consegna definitiva.

Questa mia succinta e superficiale introduzione serve in realtà a presentarvi una galleria di foto del celebre gruppo scultoreo, le mettiamo a disposizione di chi ha bisogno, per i motivi più disparati, di qualche scatto più indagatore di quelli ritrovabili online, tutte le foto in galleria sono concesse in licenza Creative Commons.

bibliografia e sitografia

Marco Fabio Apolloni, Canova, Art dossier Giunti, ed. 1996

Le fotografie e i filmati qui presentati, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

 

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