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Il preteso corpo

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il sole nascente, 1904, olio su tela, 150,5 x 150,5 cm, Galleria nazionale d'arte moderna, Roma. Il 14 giugno del 1907, l'artista, non ancora quarantenne, si suicidò, impiccandosi con una robusta corda nel suo studio di Volpedo. A provocare l'insano gesto fu la profonda crisi depressiva dovuta all'improvvisa morte della moglie avvenuta proprio quell'anno. http://www.gnam.beniculturali.it/index.php?it/23/gli-artisti-e-le-opere/59/il-sole
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il sole nascente, 1904, olio su tela, 150,5 x 150,5 cm, Galleria nazionale d’arte moderna, Roma.
Il 14 giugno del 1907, l’artista, non ancora quarantenne, si suicidò, impiccandosi con una robusta corda nel suo studio di Volpedo. A provocare l’insano gesto fu la profonda crisi depressiva dovuta all’improvvisa morte della moglie avvenuta proprio quell’anno1.

La relazione tra creatività, originalità, eccentricità e atteggiamenti psicotici o melanconici è un enigma che ha sempre affascinato il pensiero occidentale, in particolare quello ottocentesco, che di follia e genio fece praticamente un unico pacchetto.
Senza risalire alle origini di questo mito, dato che la letteratura sull’argomento è pressoché sterminata e anche perché ad oggi non esistono risposte scientifiche universalmente condivise, aggrediamo l’argomento riconducendo subito il discorso al Novecento italiano sfiorando il tema dell’Art brut.
Il rapporto tra psicosi e arte nel secolo scorso ha coinvolto anche atteggiamenti ideologici contrastanti. Il caso più radicale fu certamente quello del nazionalsocialismo tedesco che scatenò delle vere e proprie aggressioni contro l’arte contemporanea, associando determinati linguaggi artistici alla tanto disprezzata malattia mentale e alla disabilità fisica.
Alfred Rosenberg, Max Nordau, Paul Schultze-Naumburg furono i seguaci di una eugenetica culturale di matrice piccolo-borghese che erigeva la propria ignoranza a unica realtà condivisibile. Questi personaggi si fecero inoltre portatori delle più ridicole elucubrazioni della storia dell’arte: a riprova di ciò ricordiamo che una delle sezioni della celebre mostra monacense “Entartete kunst” era appunto intitolata “Idioten, Kretins, Paralytiker”.

Due tavole tratte dal pamphlet di Paul Schultze-Naumburg, "Kunst und Rasse", del 1928, riportano l'arbitraria giustapposizione di opere di Karl Schmidt-Rottluff e Amedeo Modigliani con fotografie di deformazioni facciali, melattie psichiche e alterazioni genetiche.
Due tavole tratte dal pamphlet di Paul Schultze-Naumburg, “Kunst und Rasse”, del 1928, riportano l’arbitraria giustapposizione di opere di Karl Schmidt-Rottluff e Amedeo Modigliani con fotografie di deformazioni facciali, melattie psichiche e alterazioni genetiche.

La ragione della persecuzione nazista era un’altra. L’arte moderna sapeva tutto del nazismo: da quale abisso d’imbecillità e d’ignoranza, ma anche da quali sordidi intrighi affaristici fosse sorto, di quale pessima letteratura fosse nutrito, quale atroce destino preparasse alla Germania e al mondo. […] L’arte moderna tedesca era una regione inespugnabile per il mitologismo di cartapesta, accompagnato da musiche wagneriane, dietro il quale il nazismo celava il suo volto di cupida, gretta, depravata stupidità borghese2

Villa del seminario, in una foto dell'epoca.
Autore sconosciuto, Villa del Seminario ad Aguscello (FE), in una foto dell’epoca.

Non è un caso che uno dei luoghi simbolo della pittura italiana del Novecento è la “Villa del Seminario”, un edificio della metà del XIX secolo adibito a casa di cura, ad Aguscello, distante circa 4 km da Ferrara, sulla strada provinciale per Comacchio.

Giorgio De Chirico, Il grande metafisico, 1917-18, olio su tela, 104,5x69,8cm. The Museum of Modern art, New York.
Giorgio De Chirico, Il grande metafisico, 1917-18, olio su tela, 104,5×69,8cm. The Museum of Modern art, New York.

In questo ospedale venivano ricoverati ufficiali e soldati affetti da malattie reattive ai vissuti delle esperienze belliche, le sindromi più frequenti erano: accessi catatonici, crisi pseudo-epilettiche, paralisi, contratture, perdita della sensibilità e della parola, grandi attacchi di paura.
 E’ in questo periodo che gli psichiatri della Grande Guerra chiariscono la definizione clinica di “nevrosi/psicosi da guerra”, dovuta alle condizioni alienanti della trincea, all’illogicità della guerra moderna e non all’incapacità psichica degli internati.

Questo edificio venne ribattezzato da Giorgio De Chirico “la villa degli enigmi”, qui infatti venne ricoverato nel 1916 con Carlo Carrà, cui si aggiunsero il fratello Andrea De Chirico, noto col nome di Alberto Savinio, Filippo De Pisis e sua sorella Ernesta. Proprio l’esperienza del contatto con i malati ricoverati a Ferrara e l’incontro con degli psichiatri come Gaetano Boschi, Corrado Tumiati e Andrea Ghillini sembrerebbe aver ispirato l’indagine metafisica. È in una di queste stanzette che De Chirico e Carrà dipingeranno alcune delle loro opere più celebri.

Nella psicologia contemporanea è assodata l’idea che la creatività è parte della vita di ognuno e poiché risiede nell’inconscio si rivela in maniera diversificata. E’ vero che il processo creativo può essere assimilato alla psicosi e al sogno, perché attinge alla parte più profonda di noi stessi, ma è altrettanto vero che richiede una fiducia nella possibilità di viverlo creativamente. Senza questa possibilità si rimarrebbe ancorati ad una immagine della personalità statica e monodimensionale, e come nell’arte più conformista, si fa a meno della componente dialettica tra mondo e io, alla base di quella natura umana che il nazionalsocialismo negava:

Le parole della critica d’arte e le parole della psichiatria, tendono a fare riemergere dal silenzio degli occhi e degli sguardi, dei volti e dei gesti, i significati delle immagini pittoriche. Certo, come in ogni esperienza umana, ci possono essere discordanze, più o meno profonde, fra i significati, e le emozioni, che l’artista ha voluto esprimere, e i significati, e le emozioni, che noi proviamo, in particolare, dinanzi alle forme di espressione pittorica. Quanto più aperte attitudini creative sono in noi, nella nostra coscienza estetica e critica, tanto più intense e palpitanti sono le nostre risonanze interiori, e le nostre capacità di immedesimarci negli orizzonti di senso che si nascondono nelle opere d’arte. Le forme di conoscenza della psichiatria si affiancano a quelle della critica estetica in una comune ricerca dell’umano nell’arte, e in una comune archeologia maieutica delle radici emozionali delle esperienze creative3

Proprio gli anni Sessanta, tra le altre cose, sono quelli della straordinaria battaglia etica di Franco Basaglia, uno psichiatra che mise in discussione il proprio sapere e il potere dei medici per dimostrare che chiudere i manicomi fosse un dovere della medicina.
La storia comincia nel 1961, anno in cui Basaglia assume la direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Il motivo costante che guidò il suo lavoro è la soppressione dell’istituzione manicomiale, traguardo effettivamente raggiunto nel 1980 per la prima volta al mondo a Trieste, dove Basaglia aveva assunto la direzione dell’ospedale psichiatrico nove anni prima.
Grazie alla sua battaglia nel manicomio entrano giornalisti, fotografi, documentaristi televisivi e artisti che non solo denunciano l’impotenza e la violenza delle cure alle quali erano sottoposti i pazienti ma che era possibile assistere le persone con disturbo mentale facendo a meno di un luogo in cui rinchiuderle ed escluderle dal resto della società.
Tra i fotografi che frequentarono il manicomio di Gorizia ci furono maestri della fotografia come Luciano D’Alessandro, Ferdinando Scianna, Gian Butturini, Raymond Depardon, Uliano Ulcas e Gianni Berengo Gardin in compagnia di una fotografa troppo poco conosciuta dal grande pubblico, Carla Cerati.

Carla Cerati, Ospedale psichiatrico. Gorizia, 1968. (http://goo.gl/c9Gv2N)
Carla Cerati, Ospedale psichiatrico. Gorizia, 1968. (http://goo.gl/c9Gv2N)

Nel 1968, collaborando con Franco Basaglia, la Cerati insieme al fotografo Gianni Berengo Gardin, pubblicherà le sue foto nel libro-documento “Morire di Classe“, curato da Basaglia stesso e dalla moglie Franca, pubblicato nel 1969 da Einaudi. Con la loro testimonianza fotografica, Cerati e Gardin vinsero il Premio Palazzi per il Reportage nel 1969:

Fuori, da e del manicomio, si conosceva pochissimo di ciò che avveniva all’interno. Il lavoro ostinato di Basaglia era sì conosciuto, si sapeva che voleva aprire e cambiare i manicomi, però non sapevamo «cosa era» il manicomio. Questo viaggio, la sua esperienza, nel mio umano «logicamente» è stata terribile. Arricchiti si torna da tutti i lavori. Io ho scelto di fare il fotografo proprio per questo motivo, vivevo in presa diretta le esperienze che gli altri leggevano sui libri, e questa è conoscenza.4

Carla Cerati, Ospedale psichiatrico. Gorizia, 1968. (http://goo.gl/YPtnb4)
Carla Cerati, Ospedale psichiatrico. Gorizia, 1968. (http://goo.gl/YPtnb4)

L’altro grande tributo alla battaglia antipsichiatrica è del regista Alberto Grifi, considerato tra i massimi esponenti del cinema sperimentale italiano:

“Rispetto al cinema underground americano quello italiano non aveva, secondo me, dei rapporti di dipendenza, di imitazione, come succedeva in paesi come l’Inghilterra, la Germania o la Francia , io c’ho sempre visto una originalità, che probabilmente derivava proprio dalla povertà dei mezzi, dall’8mm, cioè da una matrice amatoriale, di assenza di complessi nei confronti di un eventuale fratello maggiore, di una invenzione come se questi cineasti fossero completamente ingenui, ricominciassero da zero secondo le proprie pulsioni individuali. Non è un cinema di riporto ed è un peccato che questo cinema underground italiano non sia visto all’estero o sia visto molto poco5

“Il Preteso Corpo” è un esercizio audiovisivo del 1977 basato sul ritrovamento di una pellicola, risalente al Ventennio fascista, al mercatino della Fiera di Senigallia a Milano, e firmata da Grifi come ready made.
Il readymade con Grifi diventa una pratica d’appropriazione e di legittimazione e il found footage è rivendicato come istanza grammaticale del cinema. Il filmato è un documentario ospedaliero sulla sperimentazione di un medicinale prodotto da La Roche su persone considerate psichiatricamente “tarate” per verificarne gli effetti secondari, stimati come “burrasche” vascolari e convulsioni paralizzanti.

Matti da slegare fu invece un esperimento di cinema-verità girato nel 1975 da un collettivo di lavoro composto dai registi Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli su proposta dell’Amministrazione provinciale di Parma.
Il lungometraggio nasce come esperienza cinematografica nuova nei modi, prima ancora che negli esiti: il film rifiuta un ruolo puramente documentaristico o di informazione per farsi veicolo di intervento diretto sulla realtà politica e sociale dello spazio fisico dell’emarginazione.
Fu girato all’interno dell’ospedale psichiatrico di Colorno (prov. di Parma) proprio con l’intento di sostenere le tesi dello psichiatra Franco Basaglia.
Il discorso sulla condizione del malato mentale si colloca quindi al di fuori della teorica specialistica, per entrare con violenza nella realtà sociale del matto e nel mondo che gli sta attorno, che lo esclude o che lo sfrutta, che lo studia o che ipocritamente lo commisera.

Altro documento imprescindibile sulla questione antipsichiatrica è Fortezze vuote, di Gianni Serra, che tratta della ristrutturazione dei servizi psichiatrici di Perugia e dell’Umbria. Fu prodotto dall’Unitelefilm, diretta da Dario Natoli, con la collaborazione della regione dell’Umbria e della provincia di Perugia, fu realizzato nel 1975. Registi assistenti furono Gioia Benelli e Tomaso Sherman.

Lo psichiatra Carlo Manuali, prematuramente scomparso nel 1993, fu l’uomo guida di questa rivoluzionaria ristrutturazione, uno dei “padri” della nuova psichiatria, un attore di assoluto rilievo nel processo nazionale che condusse anche in Umbria alla chiusura dell’Ospedale Psichiatrico, e un ispiratore della legge 180.

Nannetti Oreste Fernando, graffiti al manicomio di Volterra. In alcuni punti le righe del testo lasciano degli spazi vuoti per non disturbare gli altri pazienti che si appoggiavano al muro. fonte: http://goo.gl/4FciUl
Nannetti Oreste Fernando, graffiti al manicomio di Volterra. In alcuni punti le righe del testo lasciano degli spazi vuoti per non disturbare gli altri pazienti che si appoggiavano al muro. fonte: http://goo.gl/4FciUl

Secondo l’ipotesi assai affascinante di Melanie Klein sussisterebbe un legame tra il bisogno riparativo e la sorgente della creatività artistica: L’opera attraverso la conquista dell’universo simbolico sarebbe indirizzata a trasformare il mondo interno assediato da fantasmi inconsci portatori d’angoscianti progetti distruttivi e di morte, in un luogo bonificato e ricreato armonicamente.
Sarà proprio una delle allieve di Melanie Klein, Hanna Segal, a riprendere l’idea che l’artista avvertendo che è il suo mondo interno a pezzi lo ricostruisce utilizzando la via delle emozioni estetiche, il cui valore tende ad essere universale.
Potrebbe essere questo il caso di Oreste Fernando Nannetti, un ricoverato nel manicomio di Volterra che realizzò due enormi graffiti, nel muro del reparto Ferri e sul passamano in cemento di una scala, con le fibbie del panciotto che indossavano gli internati.

Nannetti Oreste Fernando, graffiti al manicomio di Volterra. Fonte: http://goo.gl/4FciUl
Nannetti Oreste Fernando, graffiti al manicomio di Volterra. Fonte: http://goo.gl/4FciUl

Oltre al graffito Nannetti, negli anni dell’internamento, si dedicava alla scrittura di cartoline, mai inviate, a parenti immaginari. Qui compare la firma Nanof o Nof, talvolta Nof4 e le sue prime dichiarazioni di un’identità diversa. Nannetti si definisce: colonnello astrale, ingegnere astronautico minerario, scassinatore nucleare alla conquista di stati immaginari da parte di altre nazioni immaginarie, di voli spaziali, di collegamenti telepatici, di personaggi fantastici, poeticamente descritti come alti, spinacei e naso ad Y, di armi ipertecnologiche, di misteriose combinazioni alchemiche, delle virtù magiche dei metalli. In seguito, fornito di carta e penna, produrrà circa 1.600 disegni estremamente criptici.
Nel 1984 il comitato di gestione della U.S.L. 15 di Volterra autorizza la pubblicazione di un volume, N.O.F. 4 Il Libro della Vita, che include documentazione fotografica e testi “tradotti” del graffito e delle cartoline. Oreste Fernando Nannetti non apprezzò particolarmente il gesto, anche se ne percepì un compenso. Ben più contento fu dell’articolo pubblicato sull’Espresso (14 settembre 1986) da Antonio Tabucchi, intitolato Caro muro ti scrivo.
Nel 1985, fu girato il film L’osservatorio nucleare del signor Nanof, prodotto dal celebre Studio Azzurro con la regia di Paolo Rosa.
Nannetti Oreste Fernando morì a Volterra il 24 novembre 1994. Il graffito del Ferri è ormai in totale disfacimento. La balaustra è stata abbattuta mentre i suoi lavori cartacei furono bruciati in assenza di parenti a cui inviarli, in quanto effetti personali. Molti dei suoi lavori erano stati in precedenza fotografati e fotocopiati.

Sono ben consapevole del fatto che il mio discorso sul rapporto tra arte e follia, circoscritto all’italia contemporanea, sia frastagliato e parziale: anche se affrontammo già la crisi di Vincenzo Gemito manca del tutto una lettura patologistica del genio di Cesare Lombroso e non faccio cenno al caso Ligabue o ad artisti come Tancredi Parmigianni. Confidando nella curiosità del lettore ho preferito far emergere solo alcuni casi interessanti quanto quelli più conosciuti preferendo il sentiero dell’esplorazione alle pianeggianti autostrade degli esempi già ampiamente trattati.

 

Bibliografia e sitografia

2. Da G.C.Argan, Entartete Kunst, in G.C.Argan, Salvezza e caduta nell’arte moderna, Il Saggiatore 1964. Tratto da un post di Kunst, Appunti di storia dell’arte.

3. Eugenio Borgna, Di armonia risuona e di follia, ed. Feltrinelli, 2012, pag. 90.

4. Marco Guarella su Gianni Berengo Gardin, l’Unità, Ott. 2001 (8/05/2016 ore 14:30)

5. Adriano Aprà (8/05/2016 ore 14:37)

 

Le fotografie e i filmati qui presentati, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

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Written by Michele Capaldo

Sono uno storico dell’arte, illustratore e cinefilo nato nell'anno di Orwell. Ho frequentato l'Università di Napoli Federico II, con borse di studio presso quelle di Salamanca e di Vienna.
Lo spirito di osservazione e la curiosità dello storico dell’arte, le parole dei classici della letteratura e lo sguardo del grande cinema, sono parte del mio viatico col quale percorro il mondo.

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