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Anche le statue muoiono

“Ci hanno commissionato un film sull’arte nera. Chris Marker e io siamo partiti da questo interrogativo: perché l’arte nera ha trovato spazio nel Museo dell’Uomo, mentre l’arte greca o egiziana è al Louvre?”
Alain Resnais

I film di Alain Resnais hanno avuto spesso problemi di censura diretta o indiretta, palese o sotterranea: Notte e Nebbia, Hiroshima non amor, La guerra è finita, Guernica. Gran parte dei migliori film del regista francese hanno faticato a farsi accettare dai diversi comitati di selezione dei festival e hanno finito per essere presentati fuori concorso. Tuttavia l’unico film totalmente proibito, a cui è stato impedito di circolare per ben 15 anni dalla data della produzione, dal 1953 fino al 1968, è Les statues meurent aussi, ritirato all’ultimo momento anche dal Festival di Cannes nel 1956.
Il motivo che mi hanno spinto a proporre la prima sottotitolatura italiana, liberamente fruibile, a questo film è stata quello di rimediare alla sfortuna di un’opera interessantissima e che si avvalse a suo tempo della consulenza di nomi celebri per l’arte contemporanea come Jacob Epstein, Hans Hartung e Tristan Tzara. ho deciso di proporre una mia sottotitolatura italiana e renderla disponibile online. Les statues meurent aussi, iniziato con Chris Marker nel 1951 e prodotto da «Présence africaine», interrotto e terminato nel 1953, non poté essere programmato sino al 1963, allorché furono proiettate solo due delle tre parti di cui è composto:

“[…]alcuni funzionari che appaiono per caso in cinegiornali utilizzati nell’ultima bobina, e il cui volto era altrettanto sconosciuto agli autori come al pubblico, non hanno potuto disfarsi dall’idea (stranamente adulatrice) che fossero presi di mira personalmente. Ora, è abitudine che il pamphlet, genere ammesso e onorato in letteratura, non lo sia al cinema, divertimento di massa […]”
Chris Marker, 1961

Il corto è dedicato alla pratica sistematica di annullamento e di alterazione del patrimonio culturale africano attuata dalla colonizzazione europea, un atto di accusa tanto poetico quanto efficace nei confronti del colonialismo e delle responsabilità francesi.
L’analisi di Resnais e di Marker ha come punto di partenza la produzione artistico-artigianale africana sottolineandone l’accumulazione museale di materiali, oggetti e statue ridotte a meri feticci decontestualizzati, privi di un rapporto organico con il tessuto socio-culturale che li aveva prodotti.
Questa distruzione dell’ambiente sociale e culturale in cui la produzione artistica africana si era sviluppata, sottrae alle stesse statue il carattere di realtà vivente ed il corretto significato storico.

“Le statue restano senza vita, senza utilità sociale, senza rapporto con le dinamiche dell’esistenza. Sono una realtà deietta che non significa più niente, neanche per il popolo che le ha prodotte.
L’assenza di memoria incrina la civilizzazione, rende difficili o impossibili i processi di comprensione dei segni, aliena gli oggetti dai significati, l’operare dal senso. La memoria è il luogo di sedimentazione e di riqualificazione degli eventi storici e culturali, è lo spazio in cui il passato si raccoglie e si depura per attribuire significato al presente; è il filtro che attiva il valore.”
Paolo Bertetto, Alain Resnais, Il Castoro Cinema, 1976

Ed è davvero impressionante considerare quanto il discorso sulla memoria di Resnais e Marker non abbia perso il suo valore rivoluzionario ed emancipante; leggendo nell’oblio dell’arte africana è facile cogliere i destini della cultura occidentale: snaturata da rivendicazioni identitarie, revisioniste e reazionarie.

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