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Il monastero di San Gregorio Armeno

Il monastero di San Gregorio Armeno, situato presso l’odierna piazza San Gaetano, insieme al Tribunale e all’altra influente comunità dei francescani di San Lorenzo Maggiore, faceva parte del cuore pulsante della vita politica, culturale e religiosa del centro antico di Napoli.
Le monache, prima basiliane poi benedettine, pregavano per il bene della città e il monastero al contempo divenne luogo simbolo del prestigio politico di famiglie che ancora oggi, alle orecchie di alcuni napoletani, evocano i fasti dell’aristocrazia partenopea: Minutolo, Pignatelli, De Sangro, Caracciolo, Spinelli, Galeota, Barile, Loffredo e via dicendo. Per queste famiglie la vita monastica era null’altro che un dorato rifugio per quelle figlie vittime della dura legge del maggiorascato, anche se non mancarono casi di sincera devozione.

A sinistra: Il chiostro del monastero di san Gregorio armeno, o san Liguoro. simile a quello dei monasteri dei Santi Marcellino e Festo e di Regina Coeli, con terrazze-balconi articolate su due livelli e protette da cinquecentesche balaustre scolpite in piperno. A destra: La fontana al centro del chiostro con Cristo e la Samaritana di Matteo Bottigliero.
A sinistra: Il chiostro del monastero di san Gregorio Armeno, o san Liguoro. simile a quello dei monasteri dei Santi Marcellino e Festo e di Regina Coeli, con terrazze-balconi articolate su due livelli e protette da cinquecentesche balaustre scolpite in piperno. A destra: La fontana al centro del chiostro con Cristo e la Samaritana di Matteo Bottigliero.

I monasteri influenti come San Gregorio Armeno, detto anche di San Liguoro, furono centro di iniziative culturali, di importanti committenze artistiche, di fitte relazioni politiche, avvenute sotto il controllo costante di una presenza femminile che fu uno dei fattori essenziali per la creazione e la conservazione di tale patrimonio, frutto dell’intelligenza di chi, dovendo viverci, spesso indipendentemente dalla propria volontà, ha saputo esprimere inventiva, passione, competenze, e soprattutto, investire ingenti patrimoni economici.

Pianta di Napoli del duca di Noja (1775): Particolare della zona del monastero di San Gregorio Armeno.
Pianta di Napoli del duca di Noja (1775): Particolare della zona del monastero di San Gregorio Armeno.

Le fonti più attendibili a noi pervenute convergono nell’affermare che la svolta nella storia di questo monastero avvenne nell’VIII secolo, a seguito dei decreti iconoclasti emanati da Leone III Isaurico nel 726. In questo periodo un gruppo di monache basiliane sarebbe fuggito da Costantinopoli con le reliquie di San Gregorio l’Illuminatore e avrebbe trovato ospitalità a Napoli al tempo del duca Teodoro I (719-729).
Quale che sia l’autenticità di questa tradizione, è sommamente probabile l’esistenza a Napoli di una non trascurabile colonia armena e ne approfitto per aprire una breve parentesi sulle reliquie presenti in Italia di questo importante santo, fondatore della Chiesa apostolica armena. Soltanto due sarebbero le reliquie di San Gregorio l’Illuminatore custodite in Italia: a Nardò (provincia di Lecce) le ossa di un braccio e a Napoli il cranio, trasferito qui da Nardò ai tempi di Ferdinando II d’Aragona, nel XV secolo.
Le religiose di San Gregorio Armeno, giunte a Napoli, continuarono ad abbracciare la regola basiliana e il monastero si caratterizzava come “un aggregato di tanti piccioli e separati cenobii, o eremitaggi, a modo di anguste cellette separate”.

Nel 1009, con decreto di Sergio, duca di Napoli, furono uniti i quattro oratori intorno ai quali si aggregavano le monache, dedicati al Salvatore, a S. Gregorio, a S. Sebastiano e a S. Pantaleone, dando così origine ad un singolo monastero, passato alla regola benedettina.
Dal XIV secolo le cose cambiarono e le fonti non mancano di testimoniare la vivace “mondanità” delle monache in età moderna: la disponibilità di denaro derivante dalle doti, le rendite fondiarie e la possibilità di possedere ricchezze personali incoraggiavano l’illuminata e colta committenza di badesse e di priore dai nobili natali; gusto ed eleganza erano riportate dai saloni delle feste e dalle cappelle gentilizie, nelle mura monastiche.

A sinistra: Veduta dell’atrio della chiesa. Al Centro e a destra: Portale d’ingresso alla chiesa e veduta della navata.
A sinistra: Veduta dell’atrio della chiesa. Al Centro e a destra: Portale d’ingresso alla chiesa e veduta della navata.
Particolare della tribuna con la grata di ottone del comunichino eseguita da Antonio Donadio su disegno di Giovan Domenico Vinaccia nel 1692. La tribuna è chiusa da una balaustra in marmi intagliati e intarsiati sormontate da guarnizioni in ottone e munite di cancelletto.
Particolare della tribuna con la grata di ottone del comunichino eseguita da Antonio Donadio su disegno di Giovan Domenico Vinaccia nel 1692. La tribuna è chiusa da una balaustra in marmi intagliati e intarsiati sormontate da guarnizioni in ottone e munite di cancelletto.

Diversi furono i provvedimenti che tentarono di riformare e rendere più stretta l’osservanza del voto claustrale: alla chiusura dei lavori del Concilio di Trento (1563), attraverso l’opera del cardinale Alfonso Carafa, venne imposta la stretta clausura che richiese una riorganizzazione degli spazi monastici e un adeguamento dell’architettura alle nuove normative che dovevano rendere “invisibili” le donne, separandole dal mondo con alte mura, inferriate e ruote.
Le monache di San Gregorio Armeno non furono affatto le supine esecutrici delle direttive delle autorità ecclesiastiche, esse manifestarono il loro dissenso sapendo anche favorire mediazioni, accettare compromessi e aprire spazi di libertà e di creatività, divenendo parte attiva nel lungo, complesso e contraddittorio processo di riforma. Nonostante il divieto di mondanità, di ostentare ricchezze, di fare teatro o di eseguire canto figurato, esse fecero del monastero un celebre e raffinato centro di cultura e di arte, dove trovarono accoglienza, dal XVII al XIX secolo, rinomati pittori, scultori e musicisti.

Un altro anno spartiacque fu il 1742 con il decreto dell’arcivescovo Spinelli, che emanava un editto diretto a tutti i monasteri e conservatori della capitale e della diocesi. Si ribadiva il divieto assoluto di sostenere spese di qualsiasi genere e in qualsiasi circostanza, vigeva l’obbligo di annotare gli introiti e le uscite nei registri monastici in modo da garantire un maggior controllo sui movimenti di denaro.
Contemporaneamente il cardinale Spinelli puntava il dito su una delle conseguenze più vistose provocata dalle continue elargizioni a favore dei monasteri: le doti, i vitalizi, le corresponsioni annue determinavano una circolazione di denaro che dava adito ad una mondanità in «perpetua gara di vanissime spese».

In concomitanza con le istanze controriformiste del cardinale Carafa vennero avviati i lavori di trasformazione cinquecenteschi della chiesa e del monastero, come testimonia un documento manoscritto della badessa Fulvia Caracciolo grazie al quale è possibile datare con certezza l’inizio dei lavori per il 1572 (la chiesa fu consacrata nel 1580) mentre fra il 1744 ed il 1745 abbiamo una seconda fase nell’ambito dei rimaneggiamenti cui fu sottoposto solo l’invaso architettonico della chiesa su disegno di Niccolò Tagliacozzi Canale.
Nel 1574 dunque si diede inizio ai lavori di demolizione della vecchia chiesa, che doveva trovarsi nel luogo dove è oggi il cortile e la cappella dell’Idria, la sola superstite del primitivo organismo.
L’impianto cinquecentesco, che segue il tipico schema napoletano controriformista a navata unica, con cappelle e abside piatto, non ha però risentito delle successive modifiche introdotte dall’apparato decorativo settecentesco che, seppure presente in gran quantità, non fa altro che rendere più morbida e meno netta la geometria della chiesa, senza nasconderne e mutarne il significato architettonico.

Luca Giordano, l’Arrivo delle monache a Napoli con le reliquie di san Gregorio, e l’Accoglienza delle monache, particolare di uno dei tre affreschi della controfacciata (parete del coro) con l'autoritratto dell'artista nel secondo affresco, sul lato destro.
Luca Giordano, l’Arrivo delle monache a Napoli con le reliquie di san Gregorio, e l’Accoglienza delle monache, particolare di uno dei tre affreschi della controfacciata (parete del coro) con l’autoritratto dell’artista nel secondo affresco, sul lato destro.

Aldilà delle interessanti vicende del cantiere e della storia dell’istituzione religiosa, la chiesa è una tappa obbligatoria per ogni amatore di cose d’arte per la presenza dei cicli di un frescante d’eccezione, Luca Giordano, che lavorò in San Gregorio Armeno nel periodo che va dall’autunno del 1671 all’estate del 1684. La decorazione ad affresco della chiesa avvenne in tre distinti momenti: nel 1671 la cupola e il tamburo; nel 1679-1681 i peducci della cupola, gli archi della tribuna e nel 1684 le scene sul coro.
Dopo aver lavorato al prestigioso cantiere della galleria di Palazzo Medici-Riccardi a Firenze, Luca Giordano tornò a Napoli per completare, tra l’altro, i dipinti in San Gregorio.
Sulla stretta fascia murale della chiesa, senza reale soluzione di continuità, come su un fregio, assistiamo alla partenza delle monache basiliane da Costantinopoli, al loro arrivo a Napoli con le reliquie del santo armeno dove Luca Giordano stesso volle raffigurarsi sul margine destro della composizione.

Organo sulla cappella di santa Patrizia. I due organi sulle ultime cappelle della navata furono rifatti, per la parte strumentale, tra il 1737 e il 1742 da Tommaso De Martino, mentre le cantorie furono realizzate su disegno di Niccolò Tagliacozzi Canale.
Organo sulla cappella di santa Patrizia. I due organi sulle ultime cappelle della navata furono rifatti, per la parte strumentale, tra il 1737 e il 1742 da Tommaso De Martino, mentre le cantorie furono realizzate su disegno di Niccolò Tagliacozzi Canale.

Le cantorie, che in prossimità dell’altare maggiore segnano vistosamente lo spazio decorato, sono esempio di sfrenata bizzarria decorativa barocca e fanno da supporto a due dei tre organi che in San Gregorio ricordano, insieme alla straordinaria documentazione archiviata, la notevole produzione musicale del monastero. Gli organi alla sinistra e alla destra furono realizzati dall’organaro napoletano Tommaso De Martino e risalgono rispettivamente al 1742 e al 1737.

Il soffitto ligneo della chiesa
Il soffitto ligneo della chiesa di san Gregorio Armeno.

Celebrato sin dal momento della sua realizzazione, nel 1590, il soffitto cassettonato era l’elemento di maggiore spicco della originaria decorazione cinquecentesca della chiesa, ed il suo splendore era accentuato in origine dal contrasto con le pareti bianche e spoglie, scandite solo dal grigio dei pilastri in piperno.
L’antica tradizione e l’importanza del monastero venivano celebrat nel soffitto attraverso un complesso programma iconografico in quattro settori con le storie della vita dei martiri e dei santi le cui reliquie vi erano conservate: la testa di san Biagio, il teschio di san Gregorio e le sferze con cui il santo era stato flagellato, il sangue del Battista, la testa di santo Stefano, il braccio di san Lorenzo e reliquie di san Placido e san Pantaleone.
Il cassettonato della chiesa di San Gregorio Armeno costituisce una delle più straordinarie testimonianze della preziosa maniera della bottega fiamminga di Teodoro D’Errico (Dirck Hendricksz), formatosi probabilmente ad Anversa e poi a Roma, trasferitosi a Napoli nel 1573 e ben presto affermatosi come uno degli artisti più apprezzati del tempo.
Si trattò di un vero e proprio lavoro di équipe, frutto della perfetta integrazione tra le professionalità di progettisti, carpentieri, intagliatori, decoratori e pittori, integralmente realizzato con circa 600 tavole di pioppo, decorato “a terra” e poi montato, ad esclusione delle piccole telette con figure di Santi incollate sul legno negli strombi degli oculi, le uniche parti ad essere dipinte in situ.
Agli architetti Pollio, Astarita e Tagliacozzi Canale si deve l’invenzione del coro pensile e della straordinaria e ingegnosa trovata della grata lignea attraverso la quale le monache, non viste, potevano osservare la funzione religiosa e accompagnarvi, in perfetta sintonia, le loro preghiere e i loro canti.

A sinistra: L’invaso della chiesa, la grande cantoria, il coro pensile e i due organi contrapposti fotografati dal "coro d'inverno". A destra: Veduta della navata della chiesa verso l’ingresso e il coro delle monache, la freccia indica il punto dal quale è stata scattata la foto, ovvero una finestrella del coro d'inverno.
A sinistra: L’invaso della chiesa, la grande cantoria, il coro pensile e i due organi contrapposti fotografati dal “coro d’inverno”. A destra: Veduta della navata della chiesa verso l’ingresso e il coro delle monache, la freccia indica il punto dal quale è stata scattata la foto, ovvero una finestrella del coro d’inverno.

Al di sopra del soffitto ligneo decorato, in corrispondenza dell’atrio di ingresso alla chiesa, sopra il coro pensile, o “coro principale”, nel 1759, le monache decisero di costruirne un secondo da utilizzare per la preghiera notturna, evitando alle religiose di dover attraversare tutto il monastero per recarsi in chiesa in piena notte, al buio e d’inverno con il freddo. Questo secondo coro, ricavato eliminando una parte del tetto e perforando alcuni vani inservibili della soffitta della chiesa, fu denominato “coro d’inverno” e vi si accedeva direttamente dalle celle del secondo piano.

A sinistra: Portale d’ingresso al monastero (su via Giuseppe Maffei). A destra: Proseguendo dal portale d'ingresso e salita la gradinata scoperta vi è questo seconda porta con ai lati le ruote in bronzo e le soluzioni ornamentali ad affresco di Giacomo del Po (Gloria di san Benedetto).
A sinistra: Portale d’ingresso al monastero (su via Giuseppe Maffei). A destra: Proseguendo dal portale d’ingresso e salita la gradinata scoperta vi è questo seconda porta con ai lati le ruote in bronzo e le soluzioni ornamentali ad affresco di Giacomo del Po (Gloria di san Benedetto).

Oltre al citato ingresso alla chiesa vi è l’ingresso al complesso monastico che avviene tuttora attraverso il portale a bugne alterne di marmo e piperno, stilisticamente databile all’ultimo ventennio del Cinquecento. Varcandolo si scorge l’ampio scalone scoperto che rimedia al dislivello tra strada e quota del chiostro. Lo scalone è costituito da trentatré gradini in piperno ed è posto tra due alte pareti parallele decorate a mezzo fresco con un trompe l’oeil architettonico di colonne binate di marmo verde, avvolte da spirali di foglie, con al centro allegorie femminili in monocromo su piedistalli, alternate alle aperture vere dal lato del chiostro, sulla destra, verso gli ex parlatori, e alle finte finestre lungo il muro che fiancheggia la strada, a sinistra, con scorci prospettici e scherzosi episodi di cani e gatti sui davanzali.
La decorazione dipinta è terminata nel maggio 1762 da Nicol’Antonio Alfano, assieme alle panche con seduta di piperno e dossale in bardiglio decorato a graffito lavorate da Antonio di Lucca, tale commissione fu l’atto conclusivo dell’abbellimento di questo spazio di cui parla un’iscrizione sull’arco che sovrasta il vestibolo.
Il portale di marmo a cornice segmentata, conserva le ante antiche in noce ed è inserito in una composizione che rappresenta una delle più significative immagini del monastero, dove la soluzione ornamentale è ottenuta con un affresco quasi a grisaille di Giacomo Del Po con la Gloria di san Benedetto; ai lati vi sono le ruote rivestite da lamine di rame e incorniciate da intarsi marmorei ripresi anche nella parte interna.

Dall’ingresso, attraverso un ambiente voltato, vi è una sorta di ampio corridoio, alle cui pareti sono affrescate due vaste scene di paesaggio con Storie del Battista, ora definitivamente assegnabili a Micco Spadaro che le dipinse nel 1657. Si raggiunge il chiostro, Realizzato da Vincenzo Della Monica, con una fontana voluta nel 1733 dall’abbadessa Violante Pignatelli composta da un’ampia vasca polilobata accanto alla quale sono collocate due statue, più grandi del vero, di Gesù e la Samaritana, scolpite da Matteo Bottigliero. Il recente restauro ha sbiancato, per non dire spatinato completamente i marmi, donandogli un lucore gessoso che, a mio modesto parere, rende la fontana stranamente “nuova”.

Veduta della cupola con gli affreschi di Luca Giordano eseguiti nel 1671 e raffiguranti la Gloria di San Gregorio e otto sante dell'ordine benedettino nei riquadri tra le finestre del tamburo. Gli affreschi furono oggetto di restauro già nel XVIII secolo ad opera di Niccolò Cacciapuoti.
Veduta della cupola con gli affreschi di Luca Giordano eseguiti nel 1671 e raffiguranti la Gloria di San Gregorio e otto sante dell’ordine benedettino nei riquadri tra le finestre del tamburo. Gli affreschi furono oggetto di restauro già nel XVIII secolo ad opera di Niccolò Cacciapuoti.
Madonna vestita. Manifattura napoletana (fine XVIII - inizi XIX secolo). Abito: Taffetas in seta avorio e argento lamellare; trame in argento dorato e filato
Madonna vestita. Manifattura napoletana (fine XVIII – inizi XIX secolo). Abito: Taffetas in seta avorio e argento lamellare; trame in argento dorato e filato

Un’istituzione come quella di san Gregorio Armeno possiede un patrimonio culturale tanto vasto quanto estremamente variegato che comprende preziosi corredi liturgici, oggetti in oro e in argento, calici, ostensori e reliquari di raffinata fattura, paliotti, arazzi e altri oggetti appartenenti ad una dimensione cultuale ormai svanita. Mi riferisco alle cosiddette Madonne Vestite, sofisticate espressioni d’arte religiosa impiegate per la teatralizzazione dei riti sacri. Il realismo del modellato e dell’incarnato del volto di queste Madonne, gli occhi in pasta vitrea, le lunghe parrucche realizzate con capelli veri acconciati in boccoli e i preziosi abiti che comprendevano biancheria intima, corpetti e vesti sontuose in filo d’oro e argento, servivano ad infondere vita a queste sculture snodabili.
La vestizione di questi simulacri era un rito affidato rigorosamente a mani femminili che avevano il privilegio di rendere bella la Madonna abbigliandola con abiti e gioielli sfarzosi per l’esposizione in chiesa e per la processione. L’insofferenza per il culto delle “statue vive” iniziò a manifestarsi, tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo, in alcune aree della nostra penisola; tali sontuosi simulacri, furono sconfessati non solo dalla liturgia ufficiale ma anche sotto l’aspetto storico e artistico.
Come la maggior parte delle statue vestite anche la settecentesca “Madonna vestita” di San Gregorio Armeno era stata confinata in un armadio a dimostrare quanto l’alto valore artistico, storico e antropologico di queste opere sia tuttora misconosciuto.
Tra gli oggetti conservati anche altre due piccole bambole vestite, una di queste è abbigliata con l’abito monacale.
La storia del monastero e della chiesa di San Gregorio Armeno risulta, proprio alla luce di quello che ho solo accennato, tanto affascinante quanto intricata. Queste poche righe, dunque, non possono ardire a far luce su una vicenda così complessa, né dar conto di tutte le problematiche ancora aperte. Approfitto di queste ultime righe per ricordare la figura di Roberto Pane perché oltre ad essere tra i primi a focalizzare l’attenzione su un luogo straordinario come San Gregorio Armeno si distinse come un intellettuale sinceramente interessato alla cultura della sua città.

 

Sitografia e bibliografia

San Gregorio Armeno: storia, architettura, arte e tradizioni, a cura di Nicola Spinosa, Aldo Pinto e Adriana Valerio, con fotografie di Luciano Pedicini, Napoli, Fridericiana Editrice Universitaria, 2013

Le immagini a corredo dell’articolo sono opera del fotografo Luciano Pedicini e sono state prelevate dal suddetto volume dato che all’interno del complesso non è possibile scattare fotografie.

Pianta del complesso di san Gregorio Armeno.

Le fotografie e i filmati qui presentati, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

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