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Disordinate geometrie interiori

Francesca Woodman è una tra le figure più emblematiche della fotografia americana degli ultimi quarant’anni. Mitizzata, sovracriticizzata e psicanalizzata postuma, lascia di se i suoi autoritratti, le sue lettere, i suoi diari e qualche quadro quando, a soli 22 anni e a pochi giorni dall’uscita del suo unico libro d’artista, Some Disordered Interior Geometries, si lancia dal tetto del palazzo in cui risiede a Manhattan. Era il 19 gennaio, 1981.

Francesca Woodman, Self-portrait at 13, Boulder, Colorado, 1972, stampa originale alla gelatina ai sali d’argento.

Pressoché sconosciuta all’epoca, fu nel 1986 che il suo lavoro fotografico riscontrò interesse e venne presentato da Ann Gabhart, allora direttrice del Wellesley College Museum, in collaborazione con Rosalind E. Krauss dell’Hunter College Art Gallery di New York e il critico Abigail Solomon-Godeau. Diverse le mostre da allora dedicatele in tutto il mondo, esposizioni, retrospettive, cataloghi e studi critici, tanto da poter parlare di un “fenomeno Woodman” basato sulla spettacolarizzazione del suo personaggio.

Il lavoro della Woodman va senza dubbio contestualizzato nel suo tempo e nella sua storia personale per essere compreso: appassionata e conoscitrice, come afferma il padre, del movimento Dada e dei Surrealisti sin dalla prima adolescenza, non si fatica a leggerne le influenze nei suoi scatti. L’autoritratto era già stato finemente sviluppato, negli anni Trenta, da Claude Cahun; vari artisti dell’epoca sperimentavano la fotografia in maniera non-documentaristica, si pensi a Duane Michals, e altri ancora utilizzavano il proprio corpo come spazio investigativo e materia nelle loro fotografie, tra cui ricordiamo Ana Mendieta e la sua stupenda serie Siluetas (1973-1980).

Quelle della Woodman non erano però performance: lo studio dell’inquadratura, il suo talento per la composizione, i giochi con la luce e i tempi d’esposizione, la centralità del corpo, quasi sempre nudo e rigorosamente suo – non tanto per narcisismo, quanto perché “sempre a disposizione” – fanno di lei una fotografa a pieno titolo, sin da quando il padre, George, le regalò la sua prima macchina fotografica a 13 anni.

Francesca Woodman, da Space, ...
Francesca Woodman, dalla serie Space2, Providence, Rhode Island, 1975-1976, stampa originale alla gelatina ai sali d’argento.

È rimasto impresso nelle memorie della madre, Betty Woodman, quello scatto al Museo di Storia Naturale “La Specola” di Firenze:

Francesca era affascinata da La Specola, voleva lavorare lì, ma sapeva che non sarebbe stato semplice. Così fece amicizia con la guardia e lui la lasciò entrare dopo l’orario di chiusura. Era molto nervoso – credo che lui fosse più interessato a lei che alla fotografia – così mi chiese di accompagnarla.

Il legame con l’Italia, è noto, sarà decisivo. Figlia d’arte – il padre è fotografo e pittore mentre la madre una ceramista riconosciuta internazionalmente – nasce a Denver, Colorado nel 1958. Cresce tra Boulder, dove i genitori insegnano alla facoltà di Belle Arti dell’Università del Colorado, e l’entroterra toscano, ad Antella, dove i suoi possiedono una casa in cui soggiornano durante l’estate. A quattordici anni sceglie di iscriversi alla Abbott Accademy, uno dei pochi licei americani in cui si tengono corsi d’arte e in cui conosce Wendy Snyder McNeill, fotografa ed insegnante la cui influenza sarà molto presente. Prosegue gli studi in Fotografia alla Rhode Island School of Design (RISD) di Providence, tra il 1975 e il 1979.

Il terzo anno di studi lo trascorre a Roma, tra il maggio del 1977 e l’agosto del 1978, grazie alla borsa di studio che le permette di frequentare i corsi presso la sede romana del RISD in Piazza delle Cinque Scole. Ed è passeggiando tra quelle vie che, nel settembre del 1977, Francesca Woodman scopre la libreria-galleria Maldoror (che chiuderà proprio nel 1981) e stringe amicizia con i suoi due proprietari: Paolo Missigoi e Giuseppe Casetti – che allora si faceva chiamare “Cristiano” e che fonderà, nel 1995, il museo del louvre di via della Reginella 26/28, a Roma, dove tutt’oggi si trovano esposti i suoi scatti.

È senza dubbio il “periodo romano” quello più intenso e formativo dal punto di vista artistico: inizia a frequentare l’ambiente della Maldoror, specializzata in modernariato editoriale e fotografia d’avanguardia, un ambiente che sente affine intellettualmente, assieme al “Gruppo di San Lorenzo” e alla Nuova Scuola Romana dell’ex Pastificio Cerere. Proprio nel quartiere San Lorenzo, infatti, la Woodman ambienterà alcuni dei suoi famosi autoritratti, in edifici abbandonati.

Al mercato di Piazza Vittorio acquista le aguglie per Fish Calendar – 6 days (novembre 1977) e le anguille della Eel series (maggio 1977 – agosto 1978), mentre dalle bancarelle di Porta Portese arrivano gran parte degli abiti in stile rétro che indossava e gli oggetti che accumulava nel suo appartamento di Via dei Coronari.

Francesca Woodman, Untitled, da Eel series, Roma, 1977-78, stampa
Francesca Woodman, Untitled, da Eel series, Roma, 1977-78, stampa originale alla gelatina ai sali d’argento.

 

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Francesca Woodman, Fish Calendar – 6 days, Roma, novembre 1977, stampa originale alla gelatina ai sali d’argento.

Altra preziosa testimonianza sono le lettere i cui destinatari più frequenti sono lo stesso Giuseppe Casetti “Cristiano”, Giuseppe “Pepe” Gallo, ed Edith Schloss. Era molto legata a quest’ultima: si erano incontrate la prima volta a Palazzo Cenci dopo una lezione sull’arte italiana contemporanea tenuta dalla pittrice e giornalista americana e avevano presto stretto un rapporto di amicizia fatto di lunghe lettere, cartoline e messaggi illustrati che Francesca amava lasciare sulle porte degli amici.

Conosce l’artista Sabina Mirri, sua coetanea, con la quale stringe una forte amicizia che continuerà oltre il soggiorno romano. Sabina è protagonista, assieme a Francesca, della Serie del guanto (1977), ambientata nel bar Fassi a Roma e ispirata al ciclo dell’artista tedesco Max Klinger, ritrovato dalla stessa Francesca nella rivista del 1957 “Le Surréalisme, même.” Sabrina raggiungerà l’amica a Providence nel novembre del ’78 e gireranno un video assieme, andato purtroppo perduto.

In quegli spazi conosce anche Achille Bonito Oliva, che curerà nel 2000 una retrospettiva a lei dedicata dal titolo Francesca Woodman: Providence–Roma–New Yorkpresso Palazzo delle Esposizioni. Agrodolci le parole di Casetti del novembre 1995, in un testo raccolto all’interno del catalogo della mostra (edizione Castelvecchi Arte 2000, p.13):

Ho in mano un piccolo biglietto da visita forse bucato da un chiodo, che recita Francesca Stern Woodman Photographs.  Quell’autunno del ’77 Francesca mi consegnò una scatola di tela grigia che conteneva delle fotografie. Mi disse che le faceva lei con l’autoscatto. (…) Nuda davanti alla macchina fotografica si appiattiva contro i muri macchiati dall’umidità, nella cantine di Palazzo Cenci. (…) L’invito alla mostra l’aveva fatto stampare su un cartoncino bianco e sul retro, in alto a sinistra, c’era scritto: Immagini Francesca Woodman… e la cornice di marmo della porta del salone di Palazzo Cenci, e il muro macchiato e segreto delle sue cantine, e il pavimento e il cielo, della casa di San Salvatore, e lo specchio e la tartaruga, e il pesce e il frutto, e le ali, e il suo corpo nudo e soprattutto quella luce che ci sussurra la sua magia… Il giorno dell’inaugurazione… lei non c’era (…) la chiamavo nuvola… lei aggiungeva sempre l’aggettivo mediocre

 

È in From Angels series che l’influenza di Duane Michals è forse più evidente: attraverso i lunghi tempi espositivi, la Woodman gioca con la luce e il movimento e dà forma alla sparizione del proprio corpo; ne distorce le forme, le cancella. E il risultato è incredibile: non riusciamo a distogliere lo sguardo da qualcosa che si perde, dall’evanescenza del suo corpo che non vuole scomparire ma che, nel dissolversi, riafferma tutta la sua presenza. Il corpo è dunque il soggetto eletto, non solo per rappresentare i moti dell’intimo ma anche per analizzarne il gioco di apparenze.

Ti ecciterai, caro amico, osservando un’ immagine, ma non saprai mai che cosa vi è dentro.

Francesca Woodman, From Angel series, Roma, 1977 - 1978, stampa originale alla gelatina d'argento.
Francesca Woodman, From Angel series, Roma, 1977 – 1978, stampa originale alla gelatina d’argento.
Francesca Woodman, Self Deceit#1, Roma, 1978, stampa originale alla gelatina ai sali d'argento.
Francesca Woodman, Self Deceit#1, Roma, 1978, stampa originale alla gelatina ai sali d’argento.

Gli scatti che Francesca Woodman ci lascia ammontano a circa 800, per lo più autoritratti, ai quali si sommano sei quaderni d’artista che realizzò utilizzando vecchi album e quaderni scolastici, in cui ha trascritto in grafia minuta testi e poesie di varia natura, in francese e in italiano, e sui quali ha apposto in sequenza alcune delle sue fotografie. Esiste un’edizione in fac-simile solo di uno di questi quaderni, scelto per la pubblicazione dalla famiglia dell’artista ed edito da Silvana Editoriale.

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Rientrata negli Usa e conclusi gli studi a Providence, Francesca Woodman si trasferì a New York; s’ingegna facendo lavori vari, dalla segretaria alla modella per un pittore, mentre continua a dedicarsi alla sperimentazione delle tecniche fotografiche e della stampa su carta comune.

Ricordiamo che la maggior parte delle sue stampe sono di piccolo formato, tra gli 8 e i 10 pollici (20x25cm) se non più piccole, fatta eccezione per i suoi ultimi progetti: nella primavera del 1980 lavora, infatti, al Temple Project, una sorta di ricostruzione di un tempio in cui modelle avvolte da panneggi classicheggianti sostituiscono le cariatidi. I vari elementi del tempio – alcuni dei quali riproducono le modanature di certi bagni neyworkesi d’inizio secolo – sono stampati a grandezza quasi naturale attraverso la tecninca del blueprint (cianotopia), che la Woodman sperimenta in quel periodo e che probabilmente assecondava il suo desiderio di lavorare anche nelle grandi dimensioni.

Francesca Woodman, Blueprint for a Temple, 440 × 282.4 cm (irregolare), collage 29 cianotipi su carta, MET New York, 1980.
Francesca Woodman, Blueprint for a Temple, 440 × 282.4 cm (irregolare), collage 29 cianotipi su carta, MET New York, 1980.

Il trasferimento a New York corrisponde con l’ultima fase della sua vita. Diverse le lettere che testimoniano la nostalgia per il soggiorno romano e che, forse, rappresentano una spia del disagio che la Woodman provò nel tentativo di trovare il suo spazio nella grande metropoli.

A pochi giorni dall’uscita del suo primo e unico libro d’artista, infatti, Francesca Woodman si toglie volontariamente la vita: la tragica e prematura fine dell’artista ha spesso comportato una lettura totalizzante della sua opera, risultante in uno psicologismo riduttivo sia dei suoi scatti, sia del male che l’ha afflitta. Come hanno tuttavia più volte ricordato i Woodmans, Francesca era una ragazza ironica e dotata di un gran senso dell’umorismo: il loro ricordo della figlia non è quello di un’intellettuale profondamente seria né di una femminista troppo politicizzata.

Eppure, messe da parte le proiezioni personali sui suoi scatti, resta comunque arduo rileggere la sua opera: forse, come scrive Giuliana Scimé, “il lavoro della Woodman è un saggio concettuale ancora tutto da indagare, superato l’ incanto ipnotico esercitato da ogni immagine.”

Francesca Woodman nel suo studio, 1978, stampa originale alla gelatina d'argento.
Francesca Woodman nel suo studio, 1978, stampa originale alla gelatina ai sali d’argento.

 


Sitografia
Caputo, Caterina. Francesca Woodman: la scena fotografica come interiorizzazione dello spazio, in senzacornice n. 3, luglio 2012.
Cooke, Rachel. Searching for the real Francesca Woodman, in The Guardian, 31 agosto, 2014.  (13.05.2015, 13:09).
Johson, Ken. Exposing the Body, Baring the Soul. ‘Francesca Woodman’ at Guggenheim Museum, in The New York (13.05.2015, 12:52).
Scimé, Giuliana. Autoritratto, dichiarazioni. E il suicidio, in Corriere della Sera, 3 aprile, 2015.  (13.05.2015, 15:46).
Vituzzi, Veronica. Vita, avventure e morte di Francesca Woodman, in Doppiozero, 20 luglio, 2011 (13.05.2015, 15:33)
Letture di approfondimento
Francesca Woodman, Achille Bonito Oliva (curatore). 2000. Catalogo della mostra (Providence-Roma-New York). Palazzo delle Esposizioni (Roma, Italia). Castelvecchi editore.
Fotografie © Francesca Woodman. Le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.

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